lunedì, dicembre 18, 2006

Ci stanno rubando il Natale di GESU'!!


Gente, aiuto! La situazione è veramente preoccupante!!Riprendiamoci il Natale di Gesù! Un articolo riassuntivo dal sito www.korazym.org


La scomparsa del Natale, il futuro del cristianesimo





Simboli religiosi, polemica garantita. Eppure, oltre le doverose prese di posizione sul tema - la crisi del cristianesimo è nei comportamenti troppo distanti dal Vangelo. Vivere il senso profondo della festa continua a rimanere la risposta migliore.


La fine del presepio e la corsa all’albero, il riferimento alle "feste" e l’eliminazione del "Natale": è la sagra del già visto e del già sentito, che anche quest’anno – come i precedenti – fa capolino quando le città si illuminano e la gente già pensa a come incastrare le ferie nei giorni a cavallo fra un anno e l’altro.

A New York e Londra già da tempo il “Buon Natale” è diventato “Buone feste”: il trionfo del “politicamente corretto”, come non bastassero l’alberello e Santa Claus, la corsa agli acquisti e l’immagine dorata e noiosa del “siamo tutti più buoni”. Niente biglietti augurali con simboli religiosi, come pare si convenga nella nuova società multireligiosa e multiculturale. Non va meglio dalle nostre parti, dove i presepi spariscono dai grandi magazzini perché regolarmente nessuno li compra e dove le recite scolastiche diventano sempre più pericolose: e se due anni fa – ricordate? – la polemica montò per un “Gesù” trasformato in “Virtù”, stavolta ruota attorno all’eliminazione bella e buona dei canti natalizi.

Al di là della giusta ed evidente critica all’esclusione della religione e dei suoi simboli dalla vita pubblica (tema che va ben oltre un presepe o un biglietto augurale), occorre pur considerare il fatto che il Natale si è già da tempo trasformato nella festa dei buoni sentimenti: familiarità, bontà, luci, colori, decorazioni, regali, shopping, stress e grandi abbuffate alle fine delle quali resta qualche dono utile e qualche chilo di troppo. Se questo è il Natale, che se lo prendessero pure, che ne facciano ciò che vogliono.

Eppure, confrontarsi su presepi e canti natalizi, e magari pure sui crocifissi e sul rinnegamento delle radici cristiane della società, è in fondo perfino semplice. Tutelarli è doveroso, ma ciò che fa più male è vedere un cristianesimo ridotto a semplice fatto culturale e svuotato della sua componente principale: quell’esperienza concreta con Cristo che non può non tradursi nella quotidianità. Come la questione “crocifisso sì crocifisso no” sfigurava di fronte ad una maggioranza cattolica non praticante, la polemica sul presepe oggi fa ridere davanti ad una vita sempre meno tutelata, ad una logica di accumulo che spesso schiaccia il prossimo e alle infinite contraddizioni del nostro mondo.

La sfida del cristianesimo si gioca “ad alta quota” e non può concretizzarsi solamente nella difesa d’ufficio del presepe o della recita di Natale. Per ricordare e celebrare il giorno in cui qualcosa di grande è davvero successo (un Dio che si fa uomo, ad esempio) non bastano i manifesti con sopra scritto “Natale” per le vie della città: la gioia di quel giorno non è effimera e fasulla, buona per le vetrine dei negozi e per i pacchi dono aziendali, ma intima e profonda, capace di andare oltre ogni altra esultanza. Più che dai risultati delle polemiche di turno, è dai frutti concreti che si riconosce l’albero buono. E così sarà anche stavolta.

mercoledì, dicembre 13, 2006

Messaggio per la giornata mondiale della Pace



Ecco fresco fresco il discorso del Papa per la Giornata Mondiale della Pace del 1 Gennaio 2007.
Degno di nota!!


Il discorso

giovedì, ottobre 19, 2006

Incontro nazionale







AREZZO INCONTRA LO SPIRITO DI TAIZE’


DAL 10 AL 12 NOVEMBRE
UN RADUNO NAZIONALE DI GIOVANI NELLA NOSTRA CITTA’

Alle famiglie aretine si chiede di ospitare i partecipanti

AREZZO - 2 Ott 2006. Dal 10 al 12 novembre prossimi la città di Arezzo ospiterà un importante evento che radunerà numerosi giovani da tutta Italia che si incontreranno per tre giornate di condivisione nello stile degli incontri organizzati dalla Comunità monastica ed ecumenica francese di Taizé. Il programma prevede una accoglienza di tali giovani in alcune parrocchie e nelle famiglie, incontri di riflessione a tema e soprattutto dei momenti di preghiera meditativa che si terranno nella Cattedrale di Arezzo.

Il raduno, organizzato d’intesa con la stessa Comunità di Taizé e promosso dalla Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, in particolare dall’Ufficio per la Pastorale Scolastica e dal Centro per la pastorale giovanile, vedrà la presenza di una rappresentanza di monaci di Taizé e vuole essere un’occasione di confronto tra i giovani che parteciperanno e un’opportunità di crescita culturale e spirituale per la città di Arezzo.

La Comunità internazionale di Taizé, fondata da frère Roger nel corso della Seconda Guerra Mondiale, è oggi formata da un centinaio di monaci (frères), cattolici e di diverse origini evangeliche, provenienti da venticinque nazioni e impegnati nei tradizionali voti di povertà, celibato ed obbedienza. Con la sua stessa esistenza, la comunità vuole essere un segno concreto di riconciliazione tra cristiani divisi e tra popoli separati. Dalla fine degli anni '50 diverse generazioni successive di giovani si sono recate a Taizé, dall'Europa e dagli altri continenti. Al centro di questi incontri, che si svolgono ogni settimana dell'anno e che contano migliaia di iscritti, vi è la preghiera: tre volte al giorno infatti i monaci e i partecipanti si ritrovano nella grande chiesa di Taizé per una preghiera meditativa ed essenzialmente cantata. La Comunità, visitata da Giovanni Paolo II nel 1986, non ha tuttavia mai voluto creare attorno a sé un movimento, ma desidera stimolare i giovani ad impegnarsi nelle proprie Chiese locali, a divenire creatori di pace e di fiducia nella propria città, quartiere, parrocchia.

Il rapporto tra la città di Arezzo e la Comunità di Taizé è cominciato soprattutto per opera di Don Sergio Carapelli, attualmente parroco a S. Agostino, che è stato tra i primi, a partire dagli anni ’60, ad intuire l'enorme valore che questi incontri di Taizè hanno, in termini di crescita spirituale, per i giovani. Negli anni sono stati molti gli Aretini a partire alla volta di Taizé per trascorrervi una settimana. Mons. Carraro, già Vescovo di Arezzo ed attuale Vescovo di Verona, si è recato più volte a Taizé, come anche il Vescovo attuale, Mons. Bassetti, fortemente legato all’esperienza della Comunità monastica francese. Inoltre anche ad Arezzo, come in moltissime città italiane e del mondo, esiste dai primi anni ’90 una preghiera sullo stile di Taizé, una preghiera che intende offrire una volta al mese, nel mezzo di una vita molto impegnata e frenetica, uno spazio in cui è possibile fermarsi e raccogliersi.

Questo rapporto vivace e fecondo tra Arezzo e la comunità di Taizè, testimoniato anche dalle frequenti visite dei frères nella nostra città, ha fatto sì che Arezzo fosse scelta come città ospitante di questo incontro nazionale “sullo stile” di Taizé del 10-12 novembre 2006, incontro per il quale sono attesi oltre trecento giovani da varie Regioni d’Italia. Tutte le famiglie aretine sono invitate a partecipare alla preparazione di una calorosa accoglienza per questi giovani, ospitandoli a dormire per due notti – un paio di metri quadrati per ogni ragazzo saranno sufficienti, dato che i ragazzi porteranno con sè materassino e sacco a pelo - e a partecipare al programma dell’incontro, nel segno dell’accoglienza e della condivisione.

Per informazioni www.arezzotaize.it

Email arezzo@arezzotaize.it

infotel: 0575 4027210 (Ufficio diocesano per la pastorale scolastica)



mercoledì, ottobre 18, 2006

Situazione dei cristiani in Turchia


Col mio ritorno, ancora un articolo sulla situazione drammatica dei cristiani in Turchia!!





IL DECLINO DEI CRISTIANI IN TURCHIA
Un quarto dei turchi cent’anni fa Oggi sono solo lo 0,15 per cento
Chiese trasformate in musei, moschee, scuole, biblioteche o granai Una legislazione che penalizzala Chiesa

Di Camille Eid

Fino a un secolo fa, in questo Paese viveva la comunità proporzionalmente più numerosa di cristiani in Medio Oriente, oggi è la più ridotta. Dai circa due milioni cristiani all’inizio del Novecento, un quarto della popolazione anatolica, si è arrivati a soli 115 mila, appena lo 0,15 per cento, quasi tutti concentrati nei grandi centri di Istanbul, Smirne e Mersin. Si tratta, per buona metà, di fedeli della Chiesa apostolica armena, posti sotto l’autorità di un patriarca residente a Istanbul, dove la comunità gestisce ancora 35 luoghi di culto, ma con un seminario chiuso dal 1971. Poi vengono le comunità cattoliche, circa 30mila in tutto, principalmente latini, ma anche armeni, siriaci e caldei. Di circa 20mila il numero delle varie denominazioni protestanti, seguiti dai siro-ortodossi, circa 10mila, solo un decimo del numero presente un secolo fa nella zona meridionale di Tur Abdin. I greco-ortodossi sono invece circa 5mila soltanto. Anche loro malsopportano dal 1970 la chiusura del seminario di Halki, ma il loro patriarca che risiede nel quartiere costantinopolitano di Fanar (ma che deve essere di nazionalità turca) occupa il rango onorifico di "primus inter pares" tra i patriarchi ortodossi. Due drammatici eventi hanno sradicato quasi completamente le due maggiori comunità cristiane dell’ex Impero ottomano. Il primo è il genocidio degli armeni deciso a tavolino dal governo dei Giovani Turchi (più massoni che ferventi musulmani) che accusava gli armeni di connivenza con il nemico russo: almeno 700mila vittime senza contare i deportati morti di stento nel deserto siriano. Il secondo è lo scambio tra popolazioni "greche" e "turche" (un milione e 344mila cristiani ortodossi ricondotti in Grecia contro 464mila musulmani rinviati in Turchia), sancito dal Trattato di Losanna del 1923. Conservando il ricordo della capitale dell’ortodossia, la popolazione di Istanbul sfugge, in principio, a questo baratto. Ma, priva del suo retroterra, la metropoli assiste a un calo costante dei suoi cristiani: 136 mila nel 1927, 86 mila nel 1965, 70 mila oggi. Lungi dal tranquillizzare gli ultimi sopravvissuti delle minoranze, la laicità dello Stato finisce per accentuare la precarietà
della loro situazione, spingendoli all’emigrazione. Una situazione, questa, che può far nascere un senso di sconforto. Come dimenticare che episodi essenziali della vita di san Paolo e dei primi apostoli si sono svolti proprio nell’Asia Minore, l’attuale Turchia? E come dimenticare quanto Antiochia, Costantinopoli, Efeso, Edessa e la Cappadocia evochino tutto lo splendore dell’Oriente bizantino e siriaco? Passeggiando oggi in molte città e villaggi, ci si accorge che la quasi totalità delle chiese sono trasformate in musei, moschee, scuole, biblioteche o granai. La scomparsa delle chiese è andata di pari passo con la riduzione di tutte le istituzioni benefiche gestite dalla Chiesa (ospedali, ospizi, scuole) dovuta sia al progressivo venire meno del personale sia a gravami economici imposti dallo Stato. Numerosi ostacoli rendono difficile la vita delle comunità cristiane in un Paese che, tutto sommato, si definisce "laico": dall’assenza di personalità giuridica alle restrizioni al diritto di proprietà, e dalle ingerenze nella gestione delle fondazioni all’impossibilità di formare il clero, senza dimenticare la sorveglianza poliziesca esercitata sui cristiani. La legislazione turca complica la vita alla Chiesa cattolica. Non è ancora stato trovato uno statuto che le permetta una esistenza legale e giuridica. Ne consegue che la proprietà dei beni di cui la Chiesa godeva all’avvento della Repubblica continua ad essere contestata di diritto e di fatto. Riguardo la libertà religiosa, se è vero che una circolare turca del dicembre 2003 autorizza il "cambio di identità religiosa", ossia il passaggio da una confessione a un’altra, "sulla base di una semplice dichiarazione", la realtà dei fatti dimostra spesso che non è sempre così.

giovedì, marzo 30, 2006

Vergogna a dir poco!!


Mamma mia.. mi è arrivata questa mail..

Il mondo
deve sapere, la gente deve essere informata di quanto accade in Cina, di
come possa disumanamente divenire normalità il disprezzo per la vita.

Una bimba appena nata giace morta sotto il bordo del marciapiedi, nella
totale indifferenza di coloro che passano.
La piccina è solo un'altra vittima della politica crudele del governo
cinese
che pone il limite massimo di un solo figlio nelle città (due nelle zone
rurali), con aborto obbligatorio.
Nel corso della giornata, la gente passa ignorando il bebè.
Automobili e biciclette passano schizzando fango sul cadaverino.

Di quelli che passano, solo pochi prestano attenzione.

La neonata fa parte delle oltre 1000 bambine abbandonate appena nate ogni
anno, in conseguenza della politica del governo cinese.
L'unica persona che ha cercato di aiutare questa bambina ha dichiarato:
"Credo che stesse già per morire, tuttavia era ancora calda e perdeva
sangue
dalle narici".
Questa signora ha chiamato l'Emergenza però non è arrivato nessuno.
"Il bebè stava vicino agli uffici fiscali del governo e molte persone
passavano ma nessuno faceva nulla... Ho scattato queste foto perché era una
cosa terribile..."
"I poliziotti, quando sono arrivati, sembravano preoccuparsi più per le mie
foto che non per la piccina..."

In Cina, molti ritengono che le bambine siano spazzatura.
l governo della Cina, il paese più popoloso del mondo con 1,3 miliardi di
persone, ha imposto la sua politica di restrizione della natalità nel 1979.
I metodi usati però causano orrore e sofferenza: i cittadini, per il
terrore
di essere scoperti dal governo, uccidono o abbandonano i propri neonati.
Ufficialmente, il governo condanna l'uso della forza e della crudeltà per
controllare le nascite; però, nella pratica quotidiana, gli incaricati del
controllo subiscono tali pressioni allo scopo di limitare la natalità, che
formano dei veri e propri "squadroni dell'aborto". Questi squadroni
catturano le donne "illegalmente incinte" e le tengono in carcere finché
non
si rassegnano a sottoporsi all'aborto.
In caso contrario, i figli "nati illegalmente" non hanno diritto alle cure
mediche, all'istruzione, né ad alcuna altra assistenza sociale. Molti padri
vendono i propri "figli illegali" ad altre coppie, per evitare il castigo
del governo cinese.
Essendo di gran lunga preferito il figlio maschio, le bambine rappresentano
le principali vittime della limitazione delle nascite.
Normalmente le ragazze continuano a vivere con la famiglia dopo del
matrimonio e ciò le rende un vero e proprio un peso.
Nelle regioni rurali si permette un secondo figlio, ma se anche il secondo
è
una femmina, la cosa rappresenta un disastro per la famiglia.
Secondo i dati delle statistiche ufficiali, il 97,5% degli aborti è
rappresentato da feti femminili.
Il risultato è un forte squilibrio di proporzioni fra popolazione maschile
e
femminile. Milioni di uomini non possono sposarsi, da ciò consegue il
traffico di donne.
L'aborto selezionato per sesso sarebbe proibito dalla legge, però è prassi
comune corrompere gli addetti per ottenere un'ecografia dalla quale
conoscere il sesso del nascituro.
Le bambine che sopravvivono finiscono in precari orfanatrofi.
Il governo cinese insiste con la sua politica di limitare le nascite e
ignora il problema della discriminazione contro le bambine.


Alla fine, un uomo raccolse il corpo della bambina, lo mise in una scatola
e
lo gettò nel bidone della spazzatura.


domenica, marzo 19, 2006

La situazione di Cipro...oggi

Ritorno dopo un lungo periodo di assenza ponendo all'attenzione un articolo di Sandro Magister, sulla situazione che si è creata con la spaccatura dell'isola in due dopo la proclamazione della Repubblica Turca di Cipro Nord.
Ma quello che mi sconvolge è che, tutti i suprusi che la comunità turca di Cipro compie sulle opere della cristianità (chiese ec...) vanno sotto silenzio dell'ONU e dell'Unione Europea!!!

L'articolo

sabato, febbraio 18, 2006

Solomon Linda


Avete presente la pubblicità con l'Ippopotamo simpaticone e il Cagnolino mattacchione??
E la canzoncina l'avete presente?? In questo giorni sono venuto a sapere una storiella (non simpatica come il filmatino della pubblicità).

L'articolo

domenica, febbraio 12, 2006

Don Andrea Santoro


C'è qualcosa di profondo e commovente in quel Don Andrea che va al di là degli eroi che la società ci propone.
Lui, uno come noi. Lui che la vita l'aveva voluta dedicare al suo prossimo in Turchia. Un paese "laico"...così dicono. Un paese che da + parti vogliono far entrare nell'Unione Europea. Riflettiamoci, riflettiamoci molto...
Ma quello che ha senso è che, come ha detto il Papa, quel sangue versato porti molto frutto in quella nazione che è stato la culla delle prime comunità cristiane e che oggi invece per i Cristiani è un paese di missione.

Commovente è la lettera che Don Andrea ha scritto a Benedetto XVI dove riportava un saluto di 3 (donne) dei 9 cristiani presenti nella sua Parrocchia.

La Lettera



per riflettere....


La Repubblica 7.2.2006

La cacciata silenziosa dei cristiani

Turchia, dagli imam ai capimafia tutti i nemici dei religiosi

Paolo Rumiz

"Non andare a Trebisonda", ammonì cupamente un vecchio greco di Istanbul prima che iniziassi, l'anno scorso, un lungo viaggio nella Turchia profonda, alla ricerca degli ultimi cristiani sulla strada di Gerusalemme. Aggiunse: "Se proprio ci andrai, non domandare dei miei confratelli...A te la polizia non farà nulla, ma a loro sì. Avranno problemi dopo che te ne sarai andato. Se vuoi un consiglio, non scrivere nemmeno che ci sono cristiani a Trebisonda".

Non potevo credere che parlassero della mia Turchia, del popolo più ospitale del mondo, la terra di Abramo, la culla dei Padri della Chiesa e del grande monachesimo rupestre fiorito tra Mesopotamia e Cappadocia. Il mondo arcano di Crisostomo e Basilio, le contrade ripetutamente traversate dall'apostolo Paolo di Tarso nella sua strada per evangelizzare l'Occidente infedele. Invece, era proprio della Turchia che il greco parlava.

Si spiegò meglio: "Guarda cosa succede a Trebisonda con i nuovi preti mandati da Occidente. Svegliano il can che dorme. Fanno magari proseliti, che qui è proibito in nome della patria. O cercano di togliere dalla strada le prostitute russe che sconfinano dalla georgia, un affare miliardario. La mafia gliela farà pagare, e gli ulema fanatici pure. Se succede qualcosa, i pochi greci rimasti a Trebisonda potrebbero andarci di mezzo".

Cominciò così, con questo avvertimento, circostanziato al limite della profezia, il viaggio in un arcipelago di comunità cristiane spaventate, sperdute, silenziose, immobili.

Armeni, siriaci, greci, qualche cattolico. Cristiani di Turchia, il paese più laico della costellazione musulmana, dove però se non sei musulmano non puoi essere un vero turco.

Allora ti battezzano "gavur", infido, e diventi quinta colonna del nemico. Scatta un'equazione che proprio qui, morto Ataturk, rilancia gli imam come custodi della patria.

L'angoscia comincia già nel Vaticano dei greci, il Palazzo del Fanar, il cuore di Istanbul, col patriarca Bartolomeo che tenta inutilmente di superare, pregando, la potente onda sonora dei muezzin da un lato all'altro del Bosforo. Con i libri dei funerali ginfi di nomi, e quelli dei battesimi, perfettamente vuoti; contabilità spietata di un popolo che fino a quarant'anni fa vantava trecentomila fedeli e oggi ne conta meno di cinquemila, in quella che fu la capitale della cristianità, Costantinopoli.

Ma per trovare il vuoto vero devi andare oltre, nella provincia profonda, dove il potere di Ankara, il laicismo di stato e l'Europa diventano cosa lontana.

Appena una comunità si estingue, sbucano i geometri del comune e la chiesa vuota diventa automaticamente moschea. Ovviamente sono cose che i turisti non vedono. Quelli non si chiedono nemmeno perchè - e da quanto tempo - in Turchia tace la campana.

Qualcosa cambia in meglio, da Ankara arrivano segni di apertura. Al patriarca greco è consentito di celebrare messe nelle antiche cattedrali in rovina.

A Est si organizzano visite guidate sui siti della memoria armena, finora ostinatamente negata.

Lo scrittore Oran Pamuk, che delle stragi patite dagli armeni aveva parlato scatenando l'ira dei nazionalisti, è stato assolto dalle accuse di antipatriottismo. Nella zona di Tur Abdin, il monte degli adoratori, fascinoso altopiano, sopravvivono gli ultimi cristiani autoctoni dell'Anatolia, si restaurano monasteri vecchi di 1500 anni.

Ma altrove la situazione è più pesante. I greci non hanno più seminari, l'ultimo è stato chiuso da anni. Per imparare il mestiere, gli aspiranti preti espatriano ma, una volta all'estero, difficilmente tornano. E poichè qui nessuno straniero può diventare prete, i ranghi vanno rapidamente verso l'estinzione. In provincia chi si converte al Vangelo è difficile che riesce a lavorare o vendere la sua merce. Per convenienza, è meglio che frequenti la moschea anche dopo il battesimo. Tutto, altrimenti, diventa problema: il rilascio di certificati, l'acquisto di un terreno.

Se una chiesa ha bisogno di riparazioni, i tempi dell'autorizzazione sono infiniti. Il Fanar, dopo un incendio doloso, ha atteso l'OK per 46 anni.

La Tirchia sarà anche laica, ma - a differenza della Siria, paese-canaglia nelle graduatorie di Bush - i cristiani non riescono ad accedere alle alte cariche dello stato e a diventare ufficiali dell'esercito. A scuola l'ora di religione resta abolita, ma i libri di storia scrivono che non è vero che Cristo è morto sulla croce.

Immagini a caso. Konya, la città più islamica della Turchia, con l'unica chiesa di San Paolo, isolata, riempita a intermittenza solo da turisti di passaggio, oppure desolatamente vuota.

Con Isabella e Serena, due pie donne trentine della comunità di Gesù Risorto, isolate dal mondo in pieno centro città, lì a far da guardia al loro avamposto, in mezzo a turchi che non chiedono loro nemmeno "come va", per paura di essere definiti infedeli.

"Avrei vita più facile se mi dichiarassi ateo" disse - scongiurandomi di non fare il suo nome - un giovane armeno di Diyarbakir diseredato dal padre per non aver accettato di passare all'Islam. Aggiunse: "Qui a un cristiano basta respirare, per essere accusato di proselitismo e quindi di attività anti-turca". E ancora: "Se in un archivio cerchi documenti, di cui magari i custodi ignorano l'esistenza, appena te ne vai le vecchie carte saranno buttate via per timore che possano dimostrare presenze greche, armene o siriane precedenti a quella dei turchi".

Ad Adana la chiesa d'è dovuta chiudere causa un disco-club messo lì accanto apposta per spaccare i timpani ai fedeli. A Mersin un'altra chiesa è stata convertita in museo e oggi i preti della zona, per dir messa, devono montare e smontare ogni volta l'altare. A Iskerendum peggio ancora: il cimitero armeno è diventato biblioteca comunale, la chiesa melchita cinema porno. I cristiani rimasti sono così pochi che per sentirsi meno soli hanno abbattuto le barriere confessionali, con maroniti, armeni, melchiti e latini che ormai si sposano fra loro. Un ecumenismo di fatto che nasce dalla solitudine.




Munich

Ho sempre avuto nel cuore tutta la questione della guerra tra Palestinesi ed Israeliani. Ma dopo aver visto il film di Spilberg "Munich" sono sconvolto. E' un film stupendo, fatto molto bene!! Forza lo spettatore a riflettere sui perchè di questa guerra che dura ormai da TROPPO tempo!!
Poi, appena usciti dal cinema, io e la mia ragazza ci siamo chiesti: "Perchè il popolo di Israele, il popolo prescelto da Dio, nella sua storia ha dovuto attraversare una continua lotta per la sopravvivenza e questo continuo dolore? Anche se è chiaro che ci sono stati anche molti loro errori perchè sono stati odiati, cacciati, in esilio senza una patria in cui tornare? Perchè?
Ed ora che hanno una patria sono in questa continua guerra? E' un mistero...

Trama del Film

Durante le Olimpiadi di Monaco del 1972, undici atleti israeliani vengono presi in ostaggio e uccisi da un gruppo di terroristi palestinesi denominato Settembre Nero. Il governo di Israele dà ordine ad un gruppo di agenti del Mossad, capitanati da Avner Kauffman, di scovare 11 palestinesi implicati nell'organizzazione dell'attentato e giustiziarli. Kauffman e i colleghi Steve, Carl, Robert e Hans cominciano a muoversi in incognito per l'Europa, raccogliendo informazioni e passando all'azione. Più il sangue versato aumenta, però, più i dubbi si insinuano nel quintetto...

www.uip.it/munich/splash.html

sabato, febbraio 11, 2006

Eccomi!


Arrivo anche io ad occupare un posto nell'immenso spazio del web!