
Gente, aiuto! La situazione è veramente preoccupante!!Riprendiamoci il Natale di Gesù! Un articolo riassuntivo dal sito www.korazym.org
La scomparsa del Natale, il futuro del cristianesimo | ||||||||
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La scomparsa del Natale, il futuro del cristianesimo | ||||||||
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AREZZO INCONTRA LO SPIRITO DI TAIZE’ | |
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DAL 10 AL 12 NOVEMBRE Alle famiglie aretine si chiede di ospitare i partecipanti AREZZO - 2 Ott 2006. Dal 10 al 12 novembre prossimi la città di Arezzo ospiterà un importante evento che radunerà numerosi giovani da tutta Italia che si incontreranno per tre giornate di condivisione nello stile degli incontri organizzati dalla Comunità monastica ed ecumenica francese di Taizé. Il programma prevede una accoglienza di tali giovani in alcune parrocchie e nelle famiglie, incontri di riflessione a tema e soprattutto dei momenti di preghiera meditativa che si terranno nella Cattedrale di Arezzo. Il raduno, organizzato d’intesa con la stessa Comunità di Taizé e promosso dalla Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, in particolare dall’Ufficio per la Pastorale Scolastica e dal Centro per la pastorale giovanile, vedrà la presenza di una rappresentanza di monaci di Taizé e vuole essere un’occasione di confronto tra i giovani che parteciperanno e un’opportunità di crescita culturale e spirituale per la città di Arezzo. La Comunità internazionale di Taizé, fondata da frère Roger nel corso della Seconda Guerra Mondiale, è oggi formata da un centinaio di monaci (frères), cattolici e di diverse origini evangeliche, provenienti da venticinque nazioni e impegnati nei tradizionali voti di povertà, celibato ed obbedienza. Con la sua stessa esistenza, la comunità vuole essere un segno concreto di riconciliazione tra cristiani divisi e tra popoli separati. Dalla fine degli anni '50 diverse generazioni successive di giovani si sono recate a Taizé, dall'Europa e dagli altri continenti. Al centro di questi incontri, che si svolgono ogni settimana dell'anno e che contano migliaia di iscritti, vi è la preghiera: tre volte al giorno infatti i monaci e i partecipanti si ritrovano nella grande chiesa di Taizé per una preghiera meditativa ed essenzialmente cantata. La Comunità, visitata da Giovanni Paolo II nel 1986, non ha tuttavia mai voluto creare attorno a sé un movimento, ma desidera stimolare i giovani ad impegnarsi nelle proprie Chiese locali, a divenire creatori di pace e di fiducia nella propria città, quartiere, parrocchia. Il rapporto tra la città di Arezzo e la Comunità di Taizé è cominciato soprattutto per opera di Don Sergio Carapelli, attualmente parroco a S. Agostino, che è stato tra i primi, a partire dagli anni ’60, ad intuire l'enorme valore che questi incontri di Taizè hanno, in termini di crescita spirituale, per i giovani. Negli anni sono stati molti gli Aretini a partire alla volta di Taizé per trascorrervi una settimana. Mons. Carraro, già Vescovo di Arezzo ed attuale Vescovo di Verona, si è recato più volte a Taizé, come anche il Vescovo attuale, Mons. Bassetti, fortemente legato all’esperienza della Comunità monastica francese. Inoltre anche ad Arezzo, come in moltissime città italiane e del mondo, esiste dai primi anni ’90 una preghiera sullo stile di Taizé, una preghiera che intende offrire una volta al mese, nel mezzo di una vita molto impegnata e frenetica, uno spazio in cui è possibile fermarsi e raccogliersi. Questo rapporto vivace e fecondo tra Arezzo e la comunità di Taizè, testimoniato anche dalle frequenti visite dei frères nella nostra città, ha fatto sì che Arezzo fosse scelta come città ospitante di questo incontro nazionale “sullo stile” di Taizé del 10-12 novembre 2006, incontro per il quale sono attesi oltre trecento giovani da varie Regioni d’Italia. Tutte le famiglie aretine sono invitate a partecipare alla preparazione di una calorosa accoglienza per questi giovani, ospitandoli a dormire per due notti – un paio di metri quadrati per ogni ragazzo saranno sufficienti, dato che i ragazzi porteranno con sè materassino e sacco a pelo - e a partecipare al programma dell’incontro, nel segno dell’accoglienza e della condivisione. Per informazioni www.arezzotaize.it Email arezzo@arezzotaize.it infotel: 0575 4027210 (Ufficio diocesano per la pastorale scolastica) | |
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Mamma mia.. mi è arrivata questa mail..
Il mondo
deve sapere, la gente deve essere informata di quanto accade in Cina, di
come possa disumanamente divenire normalità il disprezzo per la vita.
Una bimba appena nata giace morta sotto il bordo del marciapiedi, nella
totale indifferenza di coloro che passano.
La piccina è solo un'altra vittima della politica crudele del governo
cinese
che pone il limite massimo di un solo figlio nelle città (due nelle zone
rurali), con aborto obbligatorio.
Nel corso della giornata, la gente passa ignorando il bebè.
Automobili e biciclette passano schizzando fango sul cadaverino.
Di quelli che passano, solo pochi prestano attenzione.
La neonata fa parte delle oltre 1000 bambine abbandonate appena nate ogni
anno, in conseguenza della politica del governo cinese.
L'unica persona che ha cercato di aiutare questa bambina ha dichiarato:
"Credo che stesse già per morire, tuttavia era ancora calda e perdeva
sangue
dalle narici".
Questa signora ha chiamato l'Emergenza però non è arrivato nessuno.
"Il bebè stava vicino agli uffici fiscali del governo e molte persone
passavano ma nessuno faceva nulla... Ho scattato queste foto perché era una
cosa terribile..."
"I poliziotti, quando sono arrivati, sembravano preoccuparsi più per le mie
foto che non per la piccina..."
In Cina, molti ritengono che le bambine siano spazzatura.
l governo della Cina, il paese più popoloso del mondo con 1,3 miliardi di
persone, ha imposto la sua politica di restrizione della natalità nel 1979.
I metodi usati però causano orrore e sofferenza: i cittadini, per il
terrore
di essere scoperti dal governo, uccidono o abbandonano i propri neonati.
Ufficialmente, il governo condanna l'uso della forza e della crudeltà per
controllare le nascite; però, nella pratica quotidiana, gli incaricati del
controllo subiscono tali pressioni allo scopo di limitare la natalità, che
formano dei veri e propri "squadroni dell'aborto". Questi squadroni
catturano le donne "illegalmente incinte" e le tengono in carcere finché
non
si rassegnano a sottoporsi all'aborto.
In caso contrario, i figli "nati illegalmente" non hanno diritto alle cure
mediche, all'istruzione, né ad alcuna altra assistenza sociale. Molti padri
vendono i propri "figli illegali" ad altre coppie, per evitare il castigo
del governo cinese.
Essendo di gran lunga preferito il figlio maschio, le bambine rappresentano
le principali vittime della limitazione delle nascite.
Normalmente le ragazze continuano a vivere con la famiglia dopo del
matrimonio e ciò le rende un vero e proprio un peso.
Nelle regioni rurali si permette un secondo figlio, ma se anche il secondo
è
una femmina, la cosa rappresenta un disastro per la famiglia.
Secondo i dati delle statistiche ufficiali, il 97,5% degli aborti è
rappresentato da feti femminili.
Il risultato è un forte squilibrio di proporzioni fra popolazione maschile
e
femminile. Milioni di uomini non possono sposarsi, da ciò consegue il
traffico di donne.
L'aborto selezionato per sesso sarebbe proibito dalla legge, però è prassi
comune corrompere gli addetti per ottenere un'ecografia dalla quale
conoscere il sesso del nascituro.Le bambine che sopravvivono finiscono in precari orfanatrofi.
Il governo cinese insiste con la sua politica di limitare le nascite e
ignora il problema della discriminazione contro le bambine.
Alla fine, un uomo raccolse il corpo della bambina, lo mise in una scatola
e
lo gettò nel bidone della spazzatura.
per riflettere....
La Repubblica 7.2.2006
La cacciata silenziosa dei cristiani
Turchia, dagli imam ai capimafia tutti i nemici dei religiosi
Paolo Rumiz
"Non andare a Trebisonda", ammonì cupamente un vecchio greco di Istanbul prima che iniziassi, l'anno scorso, un lungo viaggio nella Turchia profonda, alla ricerca degli ultimi cristiani sulla strada di Gerusalemme. Aggiunse: "Se proprio ci andrai, non domandare dei miei confratelli...A te la polizia non farà nulla, ma a loro sì. Avranno problemi dopo che te ne sarai andato. Se vuoi un consiglio, non scrivere nemmeno che ci sono cristiani a Trebisonda".
Non potevo credere che parlassero della mia Turchia, del popolo più ospitale del mondo, la terra di Abramo, la culla dei Padri della Chiesa e del grande monachesimo rupestre fiorito tra Mesopotamia e Cappadocia. Il mondo arcano di Crisostomo e Basilio, le contrade ripetutamente traversate dall'apostolo Paolo di Tarso nella sua strada per evangelizzare l'Occidente infedele. Invece, era proprio della Turchia che il greco parlava.
Si spiegò meglio: "Guarda cosa succede a Trebisonda con i nuovi preti mandati da Occidente. Svegliano il can che dorme. Fanno magari proseliti, che qui è proibito in nome della patria. O cercano di togliere dalla strada le prostitute russe che sconfinano dalla georgia, un affare miliardario. La mafia gliela farà pagare, e gli ulema fanatici pure. Se succede qualcosa, i pochi greci rimasti a Trebisonda potrebbero andarci di mezzo".
Cominciò così, con questo avvertimento, circostanziato al limite della profezia, il viaggio in un arcipelago di comunità cristiane spaventate, sperdute, silenziose, immobili.
Armeni, siriaci, greci, qualche cattolico. Cristiani di Turchia, il paese più laico della costellazione musulmana, dove però se non sei musulmano non puoi essere un vero turco.
Allora ti battezzano "gavur", infido, e diventi quinta colonna del nemico. Scatta un'equazione che proprio qui, morto Ataturk, rilancia gli imam come custodi della patria.
L'angoscia comincia già nel Vaticano dei greci, il Palazzo del Fanar, il cuore di Istanbul, col patriarca Bartolomeo che tenta inutilmente di superare, pregando, la potente onda sonora dei muezzin da un lato all'altro del Bosforo. Con i libri dei funerali ginfi di nomi, e quelli dei battesimi, perfettamente vuoti; contabilità spietata di un popolo che fino a quarant'anni fa vantava trecentomila fedeli e oggi ne conta meno di cinquemila, in quella che fu la capitale della cristianità, Costantinopoli.
Ma per trovare il vuoto vero devi andare oltre, nella provincia profonda, dove il potere di Ankara, il laicismo di stato e l'Europa diventano cosa lontana.
Appena una comunità si estingue, sbucano i geometri del comune e la chiesa vuota diventa automaticamente moschea. Ovviamente sono cose che i turisti non vedono. Quelli non si chiedono nemmeno perchè - e da quanto tempo - in Turchia tace la campana.
Qualcosa cambia in meglio, da Ankara arrivano segni di apertura. Al patriarca greco è consentito di celebrare messe nelle antiche cattedrali in rovina.
A Est si organizzano visite guidate sui siti della memoria armena, finora ostinatamente negata.
Lo scrittore Oran Pamuk, che delle stragi patite dagli armeni aveva parlato scatenando l'ira dei nazionalisti, è stato assolto dalle accuse di antipatriottismo. Nella zona di Tur Abdin, il monte degli adoratori, fascinoso altopiano, sopravvivono gli ultimi cristiani autoctoni dell'Anatolia, si restaurano monasteri vecchi di 1500 anni.
Ma altrove la situazione è più pesante. I greci non hanno più seminari, l'ultimo è stato chiuso da anni. Per imparare il mestiere, gli aspiranti preti espatriano ma, una volta all'estero, difficilmente tornano. E poichè qui nessuno straniero può diventare prete, i ranghi vanno rapidamente verso l'estinzione. In provincia chi si converte al Vangelo è difficile che riesce a lavorare o vendere la sua merce. Per convenienza, è meglio che frequenti la moschea anche dopo il battesimo. Tutto, altrimenti, diventa problema: il rilascio di certificati, l'acquisto di un terreno.
Se una chiesa ha bisogno di riparazioni, i tempi dell'autorizzazione sono infiniti. Il Fanar, dopo un incendio doloso, ha atteso l'OK per 46 anni.
La Tirchia sarà anche laica, ma - a differenza della Siria, paese-canaglia nelle graduatorie di Bush - i cristiani non riescono ad accedere alle alte cariche dello stato e a diventare ufficiali dell'esercito. A scuola l'ora di religione resta abolita, ma i libri di storia scrivono che non è vero che Cristo è morto sulla croce.
Immagini a caso. Konya, la città più islamica della Turchia, con l'unica chiesa di San Paolo, isolata, riempita a intermittenza solo da turisti di passaggio, oppure desolatamente vuota.
Con Isabella e Serena, due pie donne trentine della comunità di Gesù Risorto, isolate dal mondo in pieno centro città, lì a far da guardia al loro avamposto, in mezzo a turchi che non chiedono loro nemmeno "come va", per paura di essere definiti infedeli.
"Avrei vita più facile se mi dichiarassi ateo" disse - scongiurandomi di non fare il suo nome - un giovane armeno di Diyarbakir diseredato dal padre per non aver accettato di passare all'Islam. Aggiunse: "Qui a un cristiano basta respirare, per essere accusato di proselitismo e quindi di attività anti-turca". E ancora: "Se in un archivio cerchi documenti, di cui magari i custodi ignorano l'esistenza, appena te ne vai le vecchie carte saranno buttate via per timore che possano dimostrare presenze greche, armene o siriane precedenti a quella dei turchi".
Ad Adana la chiesa d'è dovuta chiudere causa un disco-club messo lì accanto apposta per spaccare i timpani ai fedeli. A Mersin un'altra chiesa è stata convertita in museo e oggi i preti della zona, per dir messa, devono montare e smontare ogni volta l'altare. A Iskerendum peggio ancora: il cimitero armeno è diventato biblioteca comunale, la chiesa melchita cinema porno. I cristiani rimasti sono così pochi che per sentirsi meno soli hanno abbattuto le barriere confessionali, con maroniti, armeni, melchiti e latini che ormai si sposano fra loro. Un ecumenismo di fatto che nasce dalla solitudine.