Islamicità
“Islamicità” si prefigge come obiettivo lo scambio “tra l’intellettualità islamica e quella di altre religioni, correnti filosofiche, movimenti culturali”.
Vedi anche il Blog di Sandro Magister " Settimo cielo"
Da quando si sono installati nella nuova sede, i membri di Dignitas hanno aiutato già 6 persone a togliersi la vita, ma secondo le stime presentate in tribunale i candidati sarebbero diventati ben
Troppo
di carte bollate tra i condomini ribelli e l’associazione per il diritto al suicidio. Qualche
settimana fa Dignitas ha ricevuto un’ingiunzione con cui le si intimava di cessare le attività,
o di chiedere la modifica della destinazione d’uso dell’immobile: se voleva proseguire nelle pratiche eutanasiche doveva ottenere che l’abitazione venisse classificata ufficialmente
come “appartamento per il suicidio assistito”. Quando i vicini hanno constatato che l’organizzazione ignorava il divieto, hanno chiamato le forze dell’ordine, che sono
arrivate, hanno messo i lucchetti all’appartamento e buttato fuori una signora che pazientemente aspettava il suo turno.
Not in my backyard, non a casa mia. In Italia è il criterio che impedisce di costruire un
inceneritore o di tracciare il percorso per l’alta velocità, senza che una comunità montana
insorga, o un’associazione ambientalista protesti. Ma oggi la logica del “fatelo pure, ma
un po’ più in là” si allarga fino a lambire i temi etici. Fate qualunque cosa, purché resti
un affare privato, e non si chieda in nessun modo il coinvolgimento degli altri: ciascuno
nel suo appartamento, murato nelle sue sofferenze solitarie.
Tokyo (AsiaNews/Agenzie) – Aumenta la corruzione nei Paesi più poveri, spesso fomentata “da ditte multinazionali di Paesi ricchi” per trarre vantaggi illeciti. E’ quanto emerge dal Rapporto 2007 di Transparency International (Ti), che vede il Myanmar al primo posto come Paese più corrotto, insieme alla Somalia. “Queste ditte – prosegue il rapporto – considerano la corruzione una legittima strategia aziendale” per operare nei mercati esteri e ottenere vantaggi di ogni tipo.
Sotto accusa anche “le istituzioni finanziarie internazionali, che permettono a funzionari corrotti di far sparire e riciclare i fondi”, prosegue il rapporto citando gli esempi di Filippine e Nigeria, dove i funzionari lucrano milioni di dollari. Anche una situazione di guerra favorisce l’espandersi del fenomeno, come in Iraq e Afghanistan che figurano al 3° e 7° posto, come pure un governo dittatoriale come il Myanmar.
“Un sistema giudiziario indipendente e professionale – dice ancora il rapporto – è decisivo per eliminare l’impunità e rinforzare un’applicazione imparziale della legge”, mentre è “improbabile” alcun miglioramento se non è possibile colpire i funzionari corrotti e privarli dei guadagni illeciti.
Il 40% dei 180 Stati considerati sono classificati come “molto corrotti” e si tratta dei Paesi più poveri del mondo. Tra essi Uzbekistan (5°), Laos (10°), Turkmenistan, Cambogia e Bangladesh (14° ex aequo), Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Azerbaigian (insieme al 20° posto), ma anche la Russia (35° posto, insieme all’Indonesia).
Negli Stati ex sovietici dell’Asia centrale la situazione è molto peggiorata rispetto al 2006. Miklos Marschall, direttore per Europa ed Asia centrale di Ti, ritiene dipenda dalla “crescente influenza della Russia”, che peraltro ha un indice di corruzione poco minore di questi Stati. “La comunità finanziaria internazionale ritiene che in Russia il settore pubblico sia abbastanza corrotto – prosegue – e, ciò che è più allarmante, la situazione va peggiorando”.
Buone notizie per Singapore (177°), Hong Kong (167°) e Giappone (162°, meglio degli Stati Uniti al 160° posto), mentre la corruzione rimane “diffusa” in India e Cina (insieme alla posizione n.101).
Huguette Labelle, presidente di Ti, commenta che la corruzione “assorbe immense risorse che dovrebbero essere destinate a sanità, istruzione e infrastrutture”. “Ma i Paesi poveri non possono da soli sostenere l’impegno di una riforma” per eliminare connivenze e nepotismo: sono invece i “donatori internazionali” e i Paesi ricchi che debbono favorire questo cambiamento e vigilare che la loro attività non favorisca la corruzione.
Un dittatore tra superstizione e ferocia Il generale ha mostrato spietatezza nell'eliminare gli avversari e tende ad apparire il meno possibile in pubblico | |
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di Sandro Magister
ROMA, 31 agosto 2007 – Tre mesi fa giusti, il 31 maggio, la Santa Sede ha allacciato le relazioni diplomatiche e ha scambiato gli ambasciatori con gli Emirati Arabi Uniti.
Ormai è evidente che il mutamento climatico in atto si traduce in diversi e importanti effetti, uno dei quali, il più noto, è l'aumento della temperatura dell'aria. C'è però un secondo e fondamentale elemento ambientale che è soggetto al riscaldamento: l'acqua. Si parla spesso dell'aumento del livello dei mari per la fusione dei ghiacci (altro effetto del cambiamento del clima), ma non bisogna dimenticare che gli oceani si stanno "gonfiando" anche per dilatazione termica, legge alla quale in natura sono soggetti tutti i corpi: solidi, liquidi e gassosi. Il "sesto continente" sta dunque cambiando, e non solo dimensioni. L'aumento della temperatura altera gli equilibri degli organismi viventi nelle acque e negli ambienti circostanti (litorali, insenature, paludi). È esperienza vissuta da molti italiani la fastidiosa presenza di alghe e mucillagini sulle sponde adriatiche. Ma è in gioco qualcosa di molto più importante: la catena alimentare del mare, dal plancton (microorganismi) ai piccoli crostacei, ai pesci, fino alle più grandi creature, ogni anello del processo vitale costiuisce un elemento indispensabile minacciato dal riscaldamento. Un'altra conseguenza - messa in luce in questi giorni dalla comunità scientifica in occasione dell'imminente Conferenza nazionale di Roma sui cambiamenti climatici - è il possibile mutamento delle correnti del Mediterraneo. Un mare che si alimenta e "vive", perché si muove e si mescola non solo grazie alle precipitazioni atmosferiche, ai venti e al moto ondoso, ma anche in virtù delle correnti marine. Che, come noto, sono tanto superficiali quanto profonde. La circolazione, nel Mediterraneo come nei ben più aperti e vasti oceani, si compie e si chiude secondo clicli, grazie a correnti a diversi livelli che scambiano acque più o meno fredde e più o meno salate con movimenti di risalita e di affondamento (upwelling e downwelling). Quelle più fredde sono ricche di preziose sostanze nutritive. Il Mediterraneo ha un a corrente di scambio ovest-est con il vicino Atlantico (grazie a Gibilterra non siamo isolati). A pari latitudine, la superficie del nostro mare è più calda di 5 gradi in inverno e fino a 10 gradi in estate rispetto a quella oceanica. Ed è più salata (37 grammi di sali in un litro d'acqua, contro il 35 per mille atlantico). Ma esistono altre tre correnti, dirette secondo i meridiani: quella del Golfo del Leone, quella dell'Egeo e quella del Golfo di Trieste. Il riscaldamento dell'Adriatico potrebbe rallentare quest'ultima, e dunque cambiare gli equilibri dinamici e ambientali, diminuendo o non più assicurando i necessari apporti nutritivi. Va ricordato, infine, che l'effetto serra accelera. Il mare è un nostro potente alleato, perché assorbe grandi quantità di anidride carbonica (CO2, uno dei gas responsabili). Si stima, solo per fare un esempio, che che nel tratto compreso tra il Golfo di Napoli e le isole Eolie venga "catturato" mezzo milione di tonnellate di CO2. Oggi, insomma, gli oceani bloccano grosso modo la metà dell'anidride. E però anche nell'ambiente marino, che si scalda con maggiore lentezza dell'aria, specie in profondità; la situazione sta cambiando: la temperatura del Tirreno (fino a 100 metri in basso) è salita nello scorso inverno di 2 gradi rispetto al valore normale; e l'Adriatico ha i fondali assai più bassi e può scaldarsi con maggiore facilità. Un mare più caldo assorbe meno CO2 e, così, l'effetto serra si autoalimenta. Nessuno può affermare che non vi è più tempo per correre ai ripari. Ma nessuno può più permettersi di sprecarlo a trastullarsi con il pensiero di una natura infinitamente paziente e, ancor meno, con le "magnifiche sorti e progressive" che dovrebbe assicurarci la tecnica.
Marina Corradi
Il "progetto" di un embrione è già definito 24 ore dopo il concepimento. Quando lo zigote, la prima cellula nel nuovo organismo, si è moltiplicata appena due volte, già ha un asse che resterà riconoscibile nell'asse di sviluppo dell'individuo. E già è definito esattamente da quali cellule si svilupperà la nuova creatura, e quali invece formeranno la placenta.
Lo afferma una ricerca dell'Università di Cambridge - anticipata da «Nature» - che dopo lunghi studi sugli embrioni dei topi contraddice quella che era fino a pochi anni fa convinzione generale dell'embriologia: e cioè che per diversi giorni dopo il concepimento l'embrione sia semplicemente una massa informe di cellule, destinate a una differenziazione solo dopo l'annidamento nell'utero materno.
Il lavoro potrebbe avere delle ripercussioni sulla ricerca con le staminali, e anche sulla medicina prenatale. Una "differenziazione" cellulare così precoce porrebbe il problema di quei prelievi tendenti a accertare malattie genetiche ereditarie, che vengono effettuati quando l'embrione si è moltiplicato a otto cellule. Benché sia conosciuta la "flessibilità" dell'embrione nei suoi primi stadi, il dubbio che insorge è che si debba prestare attenzione a "quali" di queste cellule vengono prelevate.
Ma, al di là delle conseguenze pratiche, l'annuncio di Cambridge assume un altro valore: nei mammiferi, e dunque nell'uomo, l'embrione non è, nemmeno nelle primissime duplicazioni, massa amorfa, non è materia grezza in attesa di essere organizzata. Non è "cosa", ma - fin dal principio - disegno. Già 24 ore dopo i compiti sono stabiliti, la mappa del nuovo individuo segnata e, diremmo anzi, scritta.
Addirittura si fa l'ipotesi che il punto stesso della penetrazione dello spermatozoo nell'ovocita "indirizzi" lo sviluppo dell'organismo. Quel punto infinitesimale nel buio non cadrebbe dunque dove vuole, nella casualità di una natura cieca. Invece, si tratterebbe di un luogo preciso, come voluto - quello e non un altr o, perché già da tale particolare inclinazione nella sfera dello zigote verrebbe la prima traccia del nascituro. «C'è la memoria della prima scissione cellulare, nella nostra vita», ha scritto commentando un lavoro precedente Magdalena Zernicka-Goetz, autrice del lavoro pubblicato da «Nature».
La memoria di una impronta originaria, diversa da ogni altra fin dal primo giorno. In nessun momento un uomo uguale alla pura materia, o indistinguibile da ogni altro suo simile. Già nell'oscurità profonda dell'inizio, un disegno unico, mai ripetuto né più ripetibile. Quattro cellule e dentro, pronto a dispiegarsi, il cervello, le mani, gli occhi di un figlio.
Gli uomini, in questo buio di cui ancora sanno così poco vanno a mettere le loro mani orgogliose: tolgono, manipolano, selezionano. Come se fosse "roba". Come se fosse un niente. Mentre c'è tutto, lì dentro, nascosto in un microscopico infinito: un altro uomo, dunque un mondo intero.
C'è una scienza, oggi, che dopo la pretesa arrogante comincia a dirci: eppure, il primo giorno già c'è un disegno. Commuove, una scienza capace di essere così grande, e umile insieme. Ma che già tutto fosse scritto, il primo giorno e, crediamo anzi, fin dal primo istante, altri uomini l'avevano intuito. «Non ti era occulto il mio essere/ allorché io fui formato nel segreto/ ed ero intessuto nelle profondità della terra», cantava un ignoto salmista ebreo, forse tremila anni fa.