martedì, dicembre 27, 2011

Ecco i risultati della manovra!

Spero davvero che lo sforzo che tutti noi italiani stiamo facendo per non far morire l'Italia serva a qualcosa...intanto che aspettiamo ecco che crisi+stangata del governo tagliano le gambe ai consumi delle feste!! Credo proprio che questo periodo provocherà grandi stravolgimenti nei nostri modi di vivere e di consumare!




Dal sito di RAI NEWS24

E' il peggior Natale degli ultimi dieci anni: i consumi sono in calo, sono stati spesi 48 euro in meno per cittadino, per i saldi ormai prossimi alla partenza, gli acquisti caleranno del 30/40%.

Le previsioni, tutt'altro che rosee, sono del Codacons che passato il Natale, fa il punto sulle spese delle famiglie relative alla festivita'. Complessivamente, spiega l'Associazione, per il Natale 2011 "ogni cittadino ha speso mediamente 48 euro in meno rispetto agli anni precedenti. La contrazione ha riguardato sia il settore regali che quello degli addobbi per la casa, mentre hanno retto i consumi alimentari. Spese in calo anche per i viaggi, mentre il settore che piu' di tutti ha risentito della crisi è quello dell'abbigliamento e delle calzature, dove il calo delle vendite ha raggiunto quota -30%.

E per i saldi invernali in partenza a gennaio le previsioni del Codacons sono
allarmanti. "Saranno un flop - spiega il Presidente Carlo Rienzi - le famiglie non hanno piu' possibilita' di spendere per beni non essenziali, nemmeno in regime di sconti stagionali. Prevediamo una riduzione record degli acquisti durante i saldi, con picchi del 30-40% rispetto allo scorso anno".

A Natale la spesa media a famiglia è stata di 166 Euro, al di sotto delle previsioni già negative: la spesa totale per il Natale si è attestata a 4 miliardi di Euro, rispetto ai 4,4 che erano stati stimati. Tra i vari settori si registra un lieve aumento per i prodotti elettronici (1%) mentre rimane stabile l'editoria.

E' quanto sostiene l'Osservatorio Nazionale Federconsumatori (Onf) che ha elaborato i dati sui consumi relativi alle festività natalizie, pervenuti dai centri di elaborazione dislocati nel Nord, Centro e Sud Italia (sia nelle piccole che nelle grandi città).

"Purtroppo - si legge in una nota - le nostre previsioni negative sono risultate sottostimate. Infatti, in circa tutti i settori, si e' verificata una forte contrazione rispetto ai consumi natalizi dello scorso anno. La spesa totale si è attestata a 4 miliardi di Euro, rispetto ai 4,4 che erano stati stimati. Pertanto, la spesa media a famiglia è stata di 166 Euro".

Questi i primi consuntivi relativi ai consumi natalizi articolati nei diversi settori di spesa. Abbigliamento e calzature -18%; mobili, arredamento ed elettrodomestici -24%; profumeria e cura della persona -7%; giocattoli -3%; alimentazione -1,5%; elettronica di consumo +1% (trainata dal passaggio al digitale terrestre di alcune regioni e dalla vendita di smartphone); editoria (libri e cd) stabile (grazie alle forti promozioni); turismo -8%.

"E' chiaro, quindi- hanno dichiarato Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef - che da tutto ciò deriva l'urgente necessità di affiancare alle misure di riequilibrio dei conti (che solo per la manovra Monti costeranno alle famiglie 1129 Euro), interventi determinati per avviare una nuova fase di sviluppo, attraverso il rilancio degli investimenti nei settori produttivi" .

Al cenone non si rinuncia, ma per quest'anno dalla tavola delle vigilia sono spariti i cibi di lusso: ostriche, caviale, salmone e champagne. Ed e' crollo della spesa perche' pur avendo comprato cibi e vini per 2,3 miliardi di euro, gli italiani
hanno speso il 18% in meno rispetto allo scorso anno. A tavola ha prevalso il Made in Italy con bollito e pizze rustiche, anziche' fois gras e bollicine estere.

Dalla crisi esce rafforzata la riscoperta di prodotti del territorio.

giovedì, febbraio 03, 2011

TG1: Il Megafono del Premier


In casa mia...la sera, all'ora di cena, ci sorbiamo 2-3 telegiornali. Bhe..una bella scorpacciata di informazione...Legati ai Tg della RAI, (come se i miei non si fossero accorti che l'informazione è presente anche sulle altri reti.. hihi) ci ritroviamo a vedere, ogni sera, il padre di tutti i TG quello si RAI1. Il problema che, grazie al caro Minzolini, è diventato davvero il megafono di Berlusconi!!



Dal sito del PD

Il panorama della Rai è sempre più desolante: parole come pluralismo e libera informazione, nella rete pubblica nazionale, suonano sempre più come stonate e prive di credibilità. E questo è un grave problema per la democrazia nel nostro Paese. Direttori di rete, giornalisti, conduttori e dirigenti organizzano riunioni a carattere pressocchè politico all’interno delle sedi istituzionali dell’azienda.

E’ quanto denuncia in una nota il senatore Pd Vincenzo Vita, consigliere della commissione di Vigilanza Rai. "Una riunione 'geopolitica'? Si poterebbe chiamare così, data la presenza del ministro della Difesa, la riunione degli ex An in Rai. In una qualsiasi azienda privata, ma ancor più in una pubblica, tutto ciò non è tollerabile e dovrebbe al più presto essere portato all'esame della commissione di vigilanza Rai".

Anche l’europarlamentare del Pd, Debora Serracchiani ha sottolineato come la Rai stia perdendo sempre di più il carattere di un servizio pubblico per i cittadini, fornendo agli spettatori delle informazioni di parte poco approfondite, soprattutto in questi giorni riguardo l’affaire Berlusconi. “Abbiamo una domanda da porre al prode direttore Minzolini – ha detto la Serracchiani: ma vieni pagato dal servizio pubblico o da un fondo di previdenza gestito dal presidente del Consiglio?

Con una battuta ironica, il senatore del Partito Democratico Roberto Di Giovan Paolo ha paragonato il Tg1 alla rievocazione storica dei combat film, piuttosto che un telegiornale della televisione pubblica del terzo millennio.

Forti critiche al telegiornale serale di Rai uno sono arrivate anche da Sergio Cofferati, europarlamentare del Pd. “Il Tg1 oggi ha passato il segno non solo sceglie di non comunicare nel merito la notizia dello scandalo scatenato dalle vicende private di Silvio Berlusconi, ma si supera imbastendo un parallelo inverosimile tra i fatti di oggi e la vicenda Leone-Cederna”.

Si può chiaramente affermare che nel principale notiziario serale, il Tg1, assistiamo ogni sera ad uno stravolgimento della realtà di una gravità inaudita, che assume tratti inquietanti sulla libertà di informazione ed offende l’intelligenza degli italiani.

giovedì, ottobre 08, 2009

Il mondo ... come non l'abbiamo mai visto!

Una nuova segnalazione di un sito internet...
Un gruppo di cartografi...a prima vista pazzi...hanno realizzato dei cartogrammi tematici, rispettando i confini tra le nazioni ne hanno deformato le grandezze a seconda del tema della cartina. Poverta, acqua, popolazione, reddito ecc ecc..
Chiaramente da vedere!!!

http://www.worldmapper.org/#

Popolazione

mercoledì, ottobre 07, 2009

Un bellissimo reportage su L'Aquila


A sei mesi dal terremoto risorge una tenacia millenaria

A sei mesi dal terremoto dell’Aquila, Giovanni D’Alessandro e Stefano Schirato danno alle stampe il volume «Sulle rovine di noi. Parole e immagini dedicate all’Aquila» (San Paolo, pagine 184, euro 24,00; in libreria da mercoledì 7 ottobre), del quale anticipiamo in questa pagina alcuni scatti di Schirato, un passo di D’Alessandro e la prefazione di Giuseppe Molinari. D’Alessandro ha esordito nel 1996 con «Se un Dio pietoso»; ha poi pubblicato «I fuochi dei kelt», «La puttana del tedesco» e i racconti «Il guardiano dei giardini del cielo»; Schirato è autore dei reportage fotografici «Gli occhi della Cambogia», «Né in terra, né in mare» e «Fuori di me».

Definire L’Aquila non è facile. Significa tracciare confini attorno a qualcosa d’indefinibile. Non è solo una città, è qualcos’altro, a cui s’intonerebbe, se non appartenesse già agli Stati Uniti d’America, il motto E pluribus unum, Da molti uno, e non solo con riferimento al singolarissimo progetto fondativo della città, che nasce attorno alla metà del XIII secolo con l’avallo da parte dell’imperatore Federico II di costituire una nuova entità unendo vari castelli, cioè vari nuclei fortificati già esistenti.

L’Aquila nasce dunque da un progetto particolare. Non è un abitato che si espande. È una sintesi di più abitati che decidono di convergere in senso centripeto verso un unum tutto da inventare, e non perché manchi loro un’illustre storia. Basti pensare che uno di questi municipia poi fattisi castra era Amiternum, di cui restano imponenti scavi alle porte dell’Aquila, cioè una delle capitali dei Sabini, nominata già all’inizio del III secolo avanti Cristo, al tempo delle guerre sannitiche, quando viene presa dal console Spurio Carvilio. Ci passa Annibale nel 211, negli anni successivi è ricordata per vari contributi a questa o a quella fazione romana, pochi anni dopo diventa prefettura e tale rimane fino al tempo di Augusto, con una certa notorietà, confermatasi nell’86 a.C. soprattutto per aver dato i natali allo storico e politico Caio Sallustio Crispo. Alcuni decenni dopo, Virgilio cita Amiternum nell’Eneide. Ma anche passati quattro secoli e mezzo da allora e caduto l’Impero romano, gli abitati di Foruli, Peltuinum, che saranno tra i principali castelli-gameti dell’Aquila, non scompaiono del tutto, rimangono come nuclei di posta sulle direttrici o sulle diramazioni delle antiche vie consolari, oppure si trasformano in diocesi, dal vasto territorio, come Forcona. Fino a quando, attorno alla metà del XIII secolo, decidono di fondersi in un’unica città.

La leggenda vuole che fossero novantanove questi castelli e novantanove, uno meno di cento, diventa il numero magico dell’Aquila. Gli storici, sulla base di dubbie catalogazioni derivate dai documenti, verificano il numero e precisano che forse i castelli non erano novantanove, bensì ottantasei. Oppure ottantotto. Non si accorgono di essere ridicoli. È la straordinaria pluralità a contare, non il numero. Meglio, fermarsi in limine a cento, contenersi, non straripare nelle tre cifre s’intonerebbe benissimo al carattere dell’aquilanità. Portato alla puntualizzazione, alla precisazione, al non-consenso che non sia verificato, divergendo completamente in ciò dalla mercantilità levantina della costa, sfrenata, generosa, duttile, abituata a cercare bonariamente il punto d’incontro.

Così nasce L’Aquila, città dalle molte identità. Chi non la ama la definisce, stabilmente nel corso delle generazioni, "chiusa". Chi la ama, guardando il rovescio della medaglia, "fiera". Con tutta la declinazione di corollari conseguenti, sui due filoni: "inospitale", "aristocratica nell’accoglienza"; "ruvida", "materna"; "presuntuosa", "attenta a non far pesare lasua signorilità"; "polemica", "sorridente nel misurarsi con gli altri, come in una lotta giocosa". Contrapporre L’Aquila a Pescara non ha senso, in realtà. È come contrapporre i monti al mare. Non bisogna, tra l’altro, dimenticare che L’Aquila aveva una provincia oggi in buona parte laziale, fino a meno di un secolo fa: l’istituzione della provincia di Rieti a ovest l’ha privata di tutto un retroterra mentre a est, e sull’estraneo mare, nel 1927 le nasceva, strappandole anch’essa territorio, con lacerazione mai perdonata, Pescara. Su una cosa tutti sono d’accordo, anche gli aquilani: la loro città è difficilina di carattere, ma è magica, fascinosissima. Le sue identità molteplici si sono infatti polemicamente sintetizzate in una contiguità territoriale di grande bellezza e armonia.

L’Aquila è una città astratta, al di là della drammatica concretezza dei suoi problemi di oggi. Perché L’Aquila è un aggregato umano generato da un’idea. L’Aquila non è venuta alla luce come piccolo borgo, cresciuto poi, quasi per inconscia aggregazione, col passare del tempo. Si è affacciata alla storia con precise ambizioni di civitas, col progetto di diventare grande già appena nata, al tempo di Federico II. E già da quand’è in fasce, attorno alla metà del XIII secolo, qualcosa di strano comincia ad avvolgerla. Lo si coglie nell’atmosfera che vi aleggia. Atmosfera a volte sacrale, a volte pagana. Sacra dai tempi dell’incoronazione nella basilica di Collemaggio, il 29 agosto 1294, dell’eremita Pietro da Morrone, salito al soglio pontificio con il nome di Celestino V, il quale è però un papa… tutto particolare, ritagliato nella roccia, il quale trova più impervio ascendere al trono di Pietro che salire sulle dirupate coste dei monti d’Abruzzo. Prima e dopo Celestino V, comunque, queste terre attirano santi. Sono illuminate da grandi figure, dall’immenso san Francesco d’Assisi al gran predicatore san Bernardino da Siena, dal guerresco san Giovanni da Capestrano al beato Bernardino da Fossa. E altre volte invece L’Aquila, più che santa, è pagana. Cioè impregnata di una religione terrena. Basta percorrerla di notte per capire quanto sia ctonia, misterica, dionisiaca. La luna s’infiltra scintillante nell’acqua della fontana delle Novantanove Cannelle e parla attraverso il loro sciacquìo. Novantanove è il numero dell’esoterismo aquilano. La leggenda vuole nata la città da novantanove chiese, novantanove piazze, novantanove fontane e novantanove castelli.

Mentre l’Italia celebra il suo primo ventennio di unità, L’Aquila e la sua provincia vengono attraversati da una nuova esperienza, l’andar per mare, il salire sulle navi, l’imbarcarsi sui bastimenti per l’America sui quali interi nuclei familiari cominciano a trasferirsi nel nuovo mondo. È un flusso emorragico, nel rapporto con la terra, che dura fino al primo conflitto mondiale, per essere soppiantato, nel ’15-’18, da un altro flusso di sangue non solo metaforico: quello della grande mattanza, di cui oggi sbiadite lapidi e monumenti sbreccati, con retoriche iscrizioni, vecchie quasi un secolo, raccontano a noi, all’Aquila e nei dintorni. Migliaia di uomini e ragazzi abruzzesi vengono strappati ai loro affetti e mandati a morire senza sapere dove, senza sapere per cosa. Ventidue anni e la tragedia si ripete. Il Ventennio fascista precipita l’Italia, nel ’40, nella tragedia della Seconda guerra mondiale, che conferma la soggezione alla violenza espropriativa, la non padronanza della propria esistenza. I cimiteri aquilani recano i nomi esotici dei luoghi dove la vita è stata rubata: Nikolaevka in Russia, El Alamein in Africa, Flossenbürg in Germania. Un’esistenza, qui nell’Aquilano, difficile da vivere. Sempre segnata dal duro rapporto con la terra. C’è Silone a raccontare quale fosse la vita dei cafoni della Marsica, nel Ventennio. Le leggi che dopo la guerra frazionano e distribuiscono, non senza scontri, l’immensa superficie del Fucino ai coltivatori diretti non alterano granché la loro condizione. Da salariati divengono affidatari e poi proprietari della terra. Non è poco, ma la zolla, con il suo giogo, è sempre lì, indifferente alle vicende di proprietà, stagione dopo stagione, a esigere il suo tributo. Così greve da far dire ai personaggi di Fontamara: non è vita.

Solo l’emigrazione libera, per chi può permettersela, da tutto ciò. Foriera di altri problemi, certo, primo tra tutti quello di un’identità da ricostruire in Paesi dei quali non si conosce la lingua, non si conoscono costumi (e pregiudizi), e non si ha chiara neppure la misura, che s’imparerà a conoscere amaramente con gli anni, del non essere voluti; ma nei quali c’è lavoro, nei quali sbarcano emigranti da ogni parte del mondo, nei quali – soprattutto – c’è la possibilità di procacciarsi l’esistenza senza rompersi il filo della schiena nei campi. Perché questa è stata per millenni la vita dell’aquilano.

E alla fine degli anni Cinquanta-Sessanta, ecco la vera grande rivoluzione in situ: l’industrializzazione, l’impiego, il boom economico, gli anni in cui la popolazione dell’Aquilano, conosce, come tante altre realtà d’Italia, una fonte di sussistenza e di modesto benessere che non dipende dalla terra. Inizia l’abbandono delle campagne. Le tecniche e metodologie di lavoro si trasformano, i vecchi ritmi millenari dei lavori nei campi e della cultura della terra diventano proverbi, sempre meno comprensibili, sempre più scollegati dalla nuova realtà, morenti sulle labbra dei vecchi. Sopravvivono lavori particolari, non più legati alla sussistenza, ma al rito da calendario.

Settembre vendemmia vinificazione. Novembre olive oleificazione. Gennaio maiale. Marzo primo orzo. Aprile maggio frutta e verdura. Giugno mietitura. Luglio raccolto. La terra non esercita più la sua signoria. È sconfitta. Sono gli anni del grande disamore. Sono gli anni dell’abbandono, dell’allontanamento. La vita, il benessere, la gioventù si sono trasferiti altrove. Campagna equivale ad attaccamento suicida al passato. Ci vorranno venti-venticinque anni perché le cose cambino. E non sarà un ripensamento spontaneo, bensì indotto. Ci vorrà la presa di coscienza del degrado della vita urbana, e tanto più di quella metropolitana, perché coloro che se ne sono andati tornino a dire: non è vita. E, saltato il fragile amore per la città, sognino di tornare ad essa, come a una terra promessa. Ma con un problema nuovo: senza saperci più vivere.

Se volete capire cos’è L’Aquila, nelle sue prodigiose tesi, antitesi e sintesi, il consiglio migliore è: fermatevi alla sua soglia. E non perché oggi l’accesso sia inibito dal terremoto. Fermatevi a un passo dalle sue mura, ferite da larghi squarci. Per farvi ammaliare dalla sua bellezza, prima spiatela a distanza. Salite, in un’aurora d’estate o d’autunno, su una delle disabitate alture che la circondano. Guardatela da lassù. Da quella distanza nasconde i guasti del terremoto. Non sembra cambiata. E dite se il velluto delle prime luci del giorno, che trasmutano dal violetto all’indaco al rosa, rendendo visibili le creste dei monti, non è l’esatto opposto del nero della notte, in cui i monti sono ancora immersi. Dite se il primo cinguettio degli uccelli, inneggianti al ritorno della luce come se ogni aurora fosse la creazione del mondo, non è l’esatto opposto del silenzio che ancora avvolge tutto. Dite se le tenebrose sagome dei palazzi e delle chiese, dei conventi e del castello, delle colline e dei monti, non sono l’esatto opposto dello splendore che la luce tra un attimo rivelerà. Riconoscete, allora: non è una città, è un’idea. È una filosofia fatta pietra. È un moto che non si ferma. L’Aquila è una di quelle amanti che, amate, si trasformano e trasformano il loro amante. Conoscete questa terra, soprattutto dopo ch’è stata ferita dal terremoto, venite a incontrarla. Amatela, vedrete come risponderà.

Fonte: Avvenire

martedì, ottobre 06, 2009

La bibbia in versione Lego

Un modo simpatico per riprodurre Nuovo e Antico Testamento...senza tradire le parole e fatto per avvicinare i più piccoli al libro dei libri, attraverso un gioco diffusissimo nel mondo.
Vi assicuro ...un occhiata al link vale...eccome!!!

Clicca qui

lunedì, ottobre 05, 2009

La rete boccia il blog Beppe Grillo

Al Blog Fest di Riva del Garda, il meeting annuale dei blogger italiani, sono stati annunciati i vincitori dei Macchianera Blog Awards, una sorta di Oscar dei blog nostrani, inventati da Gianluca Neri e assegnati dai lettori di Macchianera. Il vincitore dell’edizione 2009 è Spinoza, blog di «satira serissima», online dal 2005, che si è aggiudicato anche i riconoscimenti per miglior community e miglior blog collettivo. Ma la vera sorpresa è stata la bocciatura del blog di Beppe Grillo, trionfatore dell’edizione dello scorso anno, e a cui ieri è stato assegnato il titolo di Miglior blog andato a... escort.

ALTRI PREMI - Blogger dell’anno è invece l’autore di Paul the Wine Guy, sarcastico osservatore dell’attualità. Il più bel post del 2009 l’ha scritto l’autrice del blog Cloridrato di Sviluppina e s’intitola 19 marzo, la festa del mio papà. I blogger hanno votato L’Antefatto, che ha preceduto e sta accompagnando il lancio del giornale Il fatto quotidiano, come blog rivelazione mentre Voglio scendere, scritto da Pino Corrias, Marco Travaglio e Peter Gomez si è guadagnato i premi di miglior blog di opinione e miglior blog vip. Ad Alessandro Gilioli, giornalista dell’Espresso e autore di Piovono Rane è andato il premio come miglior blog giornalistico.

TEMATICI - Per quanto riguarda i blog tematici, Paolo Attivissimo con il suo Disinformatico, in cui smaschera le bufale di cui è pieno il web, si è porterà a casa il premio per il miglior blog tecnico, mentre Un tocco di zenzero ha vinto per la categoria food and wine. Le Malvestite è stato valutato come il blog più temibile della blogosfera. Uccidi un grissino, salverai un tonno è invece il miglior blog di cazzeggio gratuito e Pensieri senza mutandine è stato il più votato nella categoria blog erotici. Cineblog, TvBlog, e Autoblog, del network di nanopublishing Blogo, hanno vinto rispettivamente i premi per la categoria cinema, televisione e motori. RadioNation per la categoria musica e Come diventare il mio cane per la sezione blog letterari. Nella categoria Photoblog, dedicata ai diari online fotografici, il gradino più alto del podio è di Voglia di Terra. Il riconoscimento per la grafica più accattivante è andato a Coreingrapho, mentre il premio miglior disegnatore lo ha conquistato l’autore di L’orso ciccione, i cui i post sono strisce di fumetti. Infine Wordpress Italy si è guadagnato il titolo di miglior servizio per i blog e la versione mobile di Repubblica.it ha vinto il premio per il miglior blog mobile.

Fonte: Corriere.it

venerdì, ottobre 02, 2009

I guai di un ateismo di stato..

In occasione del 1° ottobre, a 60 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese, le chiese cristiane sono “invitate” a esporre la bandiera rossa davanti all’altare, come segno di gratitudine per il contributo del Partito all’armonia fra le religioni.

Molti giovani sono entusiasti di questo legame fra fede e patriottismo. Ma i vecchi che ricordano la persecuzione di questi 60 anni, sono più freddi e realisti: loro stessi ricordano l’entusiasmo per la nuova repubblica, trasformatosi in poco tempo in un incubo che dura ancora oggi. Ma proprio la loro persecuzione è stata una profezia. Quanto da essi subito, l’hanno poi subito i “nemici” di Mao, i democratici “nemici” di Deng; i giovani di Tiananmen; i contadini, gli operai e i dissidenti attuali

Si può affermare che proprio le vittime della persecuzione religiosa hanno preparato la crescita della società civile che oggi chiede il rispetto dei diritti umani.

La persecuzione contro cattolici, protestanti e le altre religioni è avvenuta subito all’indomani della proclamazione della Rpc. Fin dall’inizio[1] , infatti, il maoismo si propone in modo programmatico di distruggere ogni religione come superstizione, o assorbirla come strumento di governo, controllata da organizzazioni alle dipendenze del Partito. Così, da subito, personalità delle Chiese che lavoravano per il popolo – e che all’inizio avevano perfino guardato con simpatia l’arrivo dei comunisti – si trovano a resistere alla divinizzazione e all’assolutismo del potere, salvaguardando la libertà della propria coscienza.

La prima resistenza alla supremazia del Partito è stata quella di coloro che non hanno accettato di sottomettere la fede alle voglie del Partito, ma sono rimasti devoti a un Figlio di Dio superiore al “dio” Mao. Fra questi vale la pena ricordare la grande testimonianza offerta da vescovi come Ignazio Gong Pinmei di Shanghai (v. foto), Domenico Tang Yiming di Guangzhou, Giuseppe Fan Xueyan di Baoding. Tutti loro hanno passato decine di anni nei campi di lavoro forzato. L’ultimo è morto sotto le torture nel 1992.

Con la Rivoluzione Culturale (1966-1976) si compie l’opera di distruzione: monasteri svuotati e distrutti; chiese trasformate in fabbriche o magazzini; vescovi, preti, fedeli uccisi o mandati ai lavori forzati. Dal ’66 al ’76 tutta la Chiesa cinese, ufficiale e non ufficiale, è una chiesa di martiri. Il Partito proclama che le religioni sono ormai “abolite”.

Alla fine degli anni ’70, con le politiche liberali di Deng Xiaoping, e per migliorare l’immagine della Cina all’estero, alcune chiese vengono riaperte e molti preti e vescovi tornano liberi dalla prigione e dal lager. Ma ancora una volta si pone per loro una scelta: o accettare uno stretto controllo statale della liturgia e della pastorale, o svolgere le proprie attività in modo sotterraneo, di nascosto. Per sfuggire al controllo, molti di essi costituiscono strutture parallele a quelle della chiesa ufficiale: abitazioni usate come chiese, seminari, cappelle.

Tutte queste strutture e attività, già proibite ufficialmente nell’85, vengono categoricamente condannate come illegali nel 1994, quando il governo pubblica i cosiddetti Regolamenti per le religioni, a firma dell’allora Primo Ministro Li Peng, il “macellaio di Tiananmen”. I Regolamenti obbligano tutte le comunità religiose a registrarsi presso l’Ufficio affari religiosi, che controlla i luoghi di culto, i preti che officiano, i fedeli, i tempi delle liturgie, le vocazioni, i rettori di seminario, i professori, le risorse finanziarie, i rapporti con fedeli stranieri.

Da allora, in molte regioni, la Cina lancia una campagna per eliminare tutte le comunità sotterranee o assorbirle nell’Associazione patriottica, l’organizzazione che vuole edificare una Chiesa indipendente dal papa. La resistenza dei cattolici (e protestanti) sotterranei ha generato una violenta persecuzione – la stessa che oggi subiscono contadini, operai e attivisti per i diritti umani – ma ha tenuto viva l’idea che l’uomo ha diritto alla libertà religiosa, che il potere dello Stato non è assoluto.

Ancora oggi è in atto una campagna per eliminare tutte le comunità protestanti sotterranee e le cosiddette chiese domestiche, distruggendo chiese, arrestando i pastori, bastonando i fedeli, proibendo la diffusione di bibbie.

La comunità cattolica non sta meglio. I vescovi ufficiali – circa 70, riconosciuti da Pechino – sono ormai sotto un controllo ferreo perché segretamente riconciliati col papa. I vescovi sotterranei – non riconosciuti – sono tutti (circa 40) agli arresti domiciliari. Vale la pena ricordare che alcuni di loro sono scomparsi da tempo: mons. Giacomo Su Zhimin (diocesi di Baoding, Hebei), 75 anni, arrestato e scomparso dal 1996; mons. Cosma Shi Enxiang (diocesi di Yixian, Hebei), 86 anni, arrestato e scomparso il 13 aprile 2001; mons. Giulio Jia Zhiguo, scomparso per l’ennesima volta il 30 marzo scorso.

Il card. Joseph Zen di Hong Kong ha chiesto a Hu Jintao di liberare tutti i vescovi e sacerdoti prigionieri, proprio in occasione della festa dei 60 anni.

Vale la pena ricordare anche che “grazie” alle persecuzioni comuniste i cattolici sono più che quadruplicati negli ultimi 60 anni. Nel ’49 erano poco più di 3 milioni; oggi, cattolici sotterranei e ufficiali, sempre più riconciliati, sono più di 12 milioni e vi sono circa 100mila nuovi battezzati (adulti) ogni anno.

Un ultimo fatto da mettere in luce è un altro contributo che cristiani, cattolici e protestanti, stanno dando per la crescita della società civile. Tale società, infatti, pone al centro la persona con i suoi diritti inalienabili e non lo Stato (o la supremazia del Partito) che elargisce qualche diritto quando, come vuole e a chi vuole. Tale influenza è avvenuta attraverso alcuni dissidenti - in Cina o in esilio all’estero – che dopo una ricerca religiosa, o l’incontro con comunità cristiane occidentali, sono approdati al cristianesimo. Personalità come Gao Zhisheng, Liu Xiaobo, Han Dongfang, Hu Jia hanno scoperto la fede cristiana come la base del valore assoluto della persona, come la forza della loro dissidenza e della difesa dei diritti umani. Molti di loro sono in carcere. Il Partito reputa questa alleanza fra religione e diritti umani come l’elemento più pericoloso alla sua sopravvivenza. Ma un futuro di pace per la Cina dipende dalla loro opera.

Fonte: Asianews.it

giovedì, ottobre 01, 2009

E la terra torna a tremare...

Una nuova scossa fa tremare Sumatra

Nella notte sisma di magnitudine 6.8 con l'epicentro a circa 150 chilometri da Padang

GIAKARTA - A Sumatra l'incubo non è ancora finito: una nuova forte scossa di terremoto, di magnitudine 6.8, è stata registrata sull'isola indonesiana, a sud della zona devastata mercoledì da un sisma di 7.6 gradi sulla scala Richter. Secondo le rilevazione dello United States Geological Survey (Usgs), il sisma è avvenuto alle 8:52 ora locale (le 2:52 in Italia) con epicentro tra le province di Jambi e Bengkulu, a circa 150 chilometri da quello della violenta scossa di mercoledì. Al momento non sono disponibili informazioni su eventuali danni o vittime causati dal nuovo sisma.


OLTRE 750 LE VITTIME ACCERTATE - Il bilancio delle vittime continua a salire: l'ultimo parla di 1100 morti accertati e 2400 feriti di cui 294 gravi. Ma il responsabile dell’unità di crisi del ministero della Sanità indonesiano ha ribadito nuovamente che il numero totale delle vittime sarà di diverse migliaia.

Al momento non risultano italiani coinvolti nel sisma. Lo ha confermato Luigi Diodati, consigliere della legazione italiana a Giacarta. «Siamo riusciti a contattare una religiosa che vive a Padang e ci ha detto che non ha notizie di italiani coinvolti. Anche alcuni altri religiosi che vivono nella città stanno bene». Diodati ha confermato che però «la situazione è confusa» e occorre vedere «se c'erano italiani di passaggio». Ma i contatti sono resi difficili dalle linee di comunicazione che sono saltate: «Ancora non funzionano i cellulari mentre cominciano ad essere attive alcune linee di telefono fisso».

ARRIVATI I PRIMI AIUTI - Anche se le squadre di soccorso continuano a scavare praticamente a mani nude tra le macerie e con pochissimi mezzi meccanici a disposizione, all'indomani del sisma nella regione sono cominciati ad arrivare i primi aerei carichi di cibo, medicine, sacchi per i cadaveri, alimenti per bambini, tende, coperte e operatori sanitari. A Padang, una città di quasi un milione di abitanti, rimasta praticamente senza elettricità nè linee di collegamento con l'esterno, la situazione è drammatica: dalle immagini televisive, risultano edifici crollati, ponti caduti, strade allagate, auto accartocciate.

TRE MILIONI DI EURO DALL'EUROPA - La Commissione europea ha stanziato tre milioni di euro per provvedere alle prime esigenze umanitarie. La Commissione ha anche stanziato 2 milioni di euro per aiutare le vittime del tifone Ketsana in Vietnam, Laos e Cambogia. Un team del dipartimento aiuti umanitari della Commissione (ECHO) è stato già inviato in Vietnam per individuare i bisogni principali.

Fonte: Corriere.it

mercoledì, settembre 30, 2009

Di fronte a questo la scienza scopre i propri limiti.


Malata di Sla guarisce nelle acque di Lourdes
"Preferisco parlare di un dono, di una grazia, non di miracolo". Nelle parole di Antonia Raco, la donna di Francavilla sul Sinni affetta da Sla che, dopo un viaggio a Lourdes, ha ripreso a camminare, tutta la commozione di chi, davanti al Mistero, lo riconosce e lo porta a testimonianza ovunque vada. Alla donna era stata diagnosticata la Sla nel 2004. Dal 2006 aveva smesso di camminare ma lo scorso 5 agosto, al ritorno dal viaggio a Lourdes, ha ripreso tutte le attività motorie che la malattia le aveva precluso. "Non è spiegabile con i mezzi di cui scientificamente dispongo", ha commentato il neurologo Adriano Chiò delle Molinette di Torino.
L'incapacità della scienza
Davanti al miracolo la scienza frena e scopre i propri limiti. Il medico, che ha in cura la signora dal 2006, ha spiegato: "A giugno, quando ho visitato la signora, non era in grado di camminare, ma solo di sollevarsi dalla sedia a rotelle e stare in piedi con un appoggio. Ora cammina normalmente e senza stancarsi e le è rimasto solo un leggero disturbo alla gamba sinistra, da cui era partito il male. Non ho mai osservato una situazione del genere in malati di sla. la diagnosi era inequivocabile: la signora aveva una forma di Sla a lenta evoluzione. Una malattia che può rallentare e al massimo fermarsi, ma che non crediamo possibile che migliori, perchè intacca i neuroni irreversibilmente". "È un fenomeno che io stesso impiegherò del tempo a elaborare", ha continuato il neurologo Chiò spiegando di aver "disposto che vengano ripetuti alcuni esami che la signora ha effettuato in Basilicata come la spirometria, l’elettromiografia, gli studi dei potenziali evocati". "Ma quello che abbiamo visto per ora è una regressione della malattia, che scientificamente crediamo impossibile in pazienti affetti da Sla".
Il neurologo, restio a usare il termine "miracolo", ha sottolineato che quella di stamattina "è stata una visita di controllo programmata da tempo. Stenderò una relazione clinica come al solito, ma non era una visita per accertare un miracolo. Di questo si occupano le autorità ecclesiastiche".
Ora guarda al futuro
La paziente, che ha, poi, fatto ritorno a casa a Francavilla sul Sinni (in provincia di Potenza), continuerà comunque a essere seguita al centro Sla delle Molinette di Torino, dove è in cura dal 2006.
"Dal 5 agosto - ha raccontato la signora - quando ho sentito la voce che mi diceva di alzarmi, non ho più usato la sedia a rotelle. Solo la prima volta che sono uscita, perchè volevo prima consultarmi con il parroco". "A Lourdes - ha aggiunto - ero andata con la diocesi (di Tursi e Lagonegro, ndr) anche per pregare per tante persone, soprattutto per una bimba di 5 anni che è più grave di me. Il viaggio l’ho fatto in barella, sul Treno Bianco dell’Unitalsi".
Il bagno nella vasca santa
Al primo agosto risale il bagno nella vasca benedetta: "In acqua ho sentito una voce che diceva di farmi coraggio e come qualcuno che mi sollevava, e ho capito che stava accadendo qualcosa.
A casa, il 5 agosto, è tornata la voce. Diceva: dillo a tuo marito. Allora davanti a lui io mi sono alzata, ho fatto una giravolta e gli sono andata incontro". "Ora cammino, non sono mai stanca e non sento dolore - ha concluso prima di andarsene - È come se avessi avuto una seconda possibilità".

Il Giornale

lunedì, settembre 28, 2009

Sono questi i "sacri diritti" raggiunti dalle nostre società??


Zapatero non cambia. L’aborto è libero anche per le sedicenni


Nessun dietrofront: per il governo spagnolo le ragazzine di 16 anni potranno abortire liberamente senza il permesso dei genitori. Non dovranno neppure avvertirli. È il punto più polemico (ma non l’unico) del progetto di legge di “Salute sessuale e riproduttiva e interruzione volontaria della gravidanza”, approvato ieri in un consiglio dei ministri del tutto “straordinario”. In primis per il giorno: la squadra di José Luis Rodriguez Zapatero si è riunita di sabato, dato che il venerdì molti ministri erano impegnati al G20 di Pittsburgh.

Ma c’è un altro particolare che non è passato inosservato ai più attenti analisti: durante lo stesso Consiglio dei ministri è stata approvata una polemicissima riforma dell’aborto e un aumento delle tasse. Una pura coincidenza o il tentativo di accattivarsi parte della sinistra spagnola, colpita – quanto l’elettorato di destra – dall’incremento delle imposte? Per qualcuno il governo socialista vorrebbe sfruttare il polverone mediatico sollevato dalla riforma dell’aborto per far passare in punta di piedi la stretta fiscale; per altri è giusto il contrario: si devia l’attenzione della stampa sulle imposte e l’aumento dell’Iva, per ridimensionare l’importanza dell’aborto.

In ogni caso, non tutti credono alla coincidenza e alla casualità. Il progetto approvato dal governo di Zapatero rivoluziona completamente l’attuale legislazione sull’aborto, in vigore in Spagna dal 1985. Finora l’interruzione volontaria della gravidanza era permessa solo in tre casi: violenza sessuale, grave malformazione del feto, rischio fisico o psicologico per la madre (oltre il 90% degli aborti si realizzano in nome di questo criterio). Il ddl del governo liberalizza completamente l’aborto nelle prime 14 settimane di gestazione: deciderà la donna, senza l’obbligo di giustificare la sua scelta con nessuna ragione. Aborto libero e gratuito, recita il testo: «I servizi pubblici di salute» dovranno «garantire il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza».

Fino a tre mesi e mezzo nessun limite, dunque: la donna dovrà essere soltanto informata delle possibili alternative e poi farà quello che vuole. A partire dalla 14esima e fino alla 22esima settimana, si potrà abortire solo in due casi: se fosse a rischio la vita o la salute della madre o se venissero diagnosticate gravissime anomalie del feto. Dopo la 22esima settimana (oltre il quinto mese) l’aborto potrebbe essere autorizzato da un «comitato clinico», qualora venisse rilevata una malformazione fetale incompatibile con la vita o estremamente grave e incurabile. In un primo momento il governo avrebbe voluto escludere i medici contrari all’aborto dai «comitati clinici» regionali, ma è stato obbligato a modificare questo punto.

L’aspetto della riforma che più polemiche ha sollevato – anche all’interno del Partito socialista – è però quello relativo all’età dei «fruitori» del cosiddetto «diritto di abortire»: il governo ha mantenuto la sua posizione iniziale e ha esteso questa possibilità alle ragazze di 16 e 17 anni. Un’eventuale modifica potrebbe avvenire in sede parlamentare. Il progetto di legge infatti ora viene rinviato alle Cortes (Parlamento). In Spagna ogni anno sono oltre 112.000 i bambini non nati a causa delle interruzioni di gravidanza.

Una cifra che continua ad aumentare a ritmi vertiginosi: più 126% in soli dieci anni. Per questo, secondo il governo di Zapatero, l’attuale legge non era al passo con la società spagnola. La vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega ha affermato che il nuovo testo si basa su tre punti fondamentali. Il primo: dare maggiori garanzie giuridiche alle donne che decidono di abortire. Secondo: garanzia di privacy. Terzo: sicurezza legale per i professionisti sanitari che realizzano gli aborti. La vice premier assicura che la volontà del governo è «prevenire le gravidanze non desiderate» e che «nessuna donna debba affrontare la durissima decisione di abortire».

Ma a tanti spagnoli la proposta del governo non piace affatto. Faranno sentire la loro voce in piazza, a Madrid, il 17 ottobre: gli organizzatori prevedono la presenza di oltre un milione di persone.

Avvenire

lunedì, maggio 19, 2008

Federico Chianucci


Alla vostra attenzione il lavoro musicale di un ragazzo eccezionale...

Musica pulita per orecchi puliti!!!

Ed ecco a voi tutto il mondo di Federico:

Il sito ufficiale

Lo space ufficiale

Acquistare il cd

lunedì, maggio 12, 2008

Catastrofe in Cina...terremoto...7.8 della scala Richter

Terremoto: sono 7.600 i morti nel solo Sichuan
Lo dichiarano le autorità. Migliaia i feriti. Ma la zona dell'epicentro, a Wanchuan è ancora isolata.

Chengdu (AsiaNews/Agenzie) – Alle 10 di sera, ora locale, i morti del terremoto del Sichuan sono 7.600, secondo fonti ufficiali. I feriti circa almeno 10 mila.

Le autorità affermano che nella contea di Beichuan sono crollati almeno l’80% degli edifici . Ma nessuno osa ancora fare pronostici e stime sui morti nell'epicentro del sisma, la contea di Wanchuan che tuttora rimane isolata.

La Xinhua parla di 3 edifici scolastici crollati a Dujiangyan e si teme che il bilancio dei morti sia molto alto. Secondo la Xinhua almeno 900 stuenti delle scuole medie superiori potrebbero essere sepolti sotto il crollo della scuola. Fino a poche ore fa si sapeva solo della morte di 4 bambini e di centinaia di feriti, in una scuola elementare a Liangping, nella diocesi di Wanzhou. La scuola è crollata e i bambini sono morti sotto le macerie. La Bbc parla anche di un’altra vittima a Mianyang (contea di Santai).

Intanto il premier Wen Jiabao è giunto a Chengdu, la capitale del Sichuan da dove ha dichiarato che seguirà tutte le fasi dell'emergenza e della distribuzione degli aiuti.

La scossa di terremoto di intensità 7.8 Richter ha fatto crollare diversi edifici nel sud-ovest del Paese, nel pomeriggio, alle 2.28 ora locale. La scossa è stata percepita anche a Pechino e a Shanghai. L’epicentro del sisma è nella zona di Wenchuan, a 92 km a nord est di Chengdu.

Asianews



lunedì, maggio 05, 2008

Non bastava la situazione dittatoriale.....

Birmania: il ciclone Nargis fa 4000 morti



In molte zone del paese non c'e' energia elettrica e neanche l'acqua potabile

Lo riferiscono la radio e la tv di Stato. Tremila i dispersi. Centinaia di migliaia i senza tetto

RANGOON (BIRMANIA) - Il bilancio del passaggio del ciclone Nargis sulla Birmania meridionale ha raggiunto i 3.969 morti, mentre i dispersi sarebbero almeno 3000. Lo riferiscono la radio e la televisione di stato.

DANNI INGENTI - Intanto la macchina degli aiuti internazionali si è messa in moto. «Sappiamo che centinaia di migliaia di persone hanno bisogno di un riparo e di acqua potabile», ha dichiarato da Bangkok Richard Horsey, dell'ufficio delle Nazioni Unite per l'emergenza disastri, «ma non siamo in grado di quantificare il numero esatto». La tempesta tropicale di categoria 3, che sabato si è abbattuta sulle coste meridionali della Birmania con raffiche di vento a 190 chilometri orari, ha spazzato via interi villaggi e lasciato senza energia elettrica cinque regioni, tra cui anche Rangoon che conta cinque milioni di abitanti. I danni maggiori sono stati lungo il delta del fiume Irrawaddy. Qui, secondo i media locali, almeno 98.000 persone sono rimaste senza casa e in loro aiuto si sono mobilitati centinaia di monaci.

AIUTI - Il portavoce della Federazione della Croce Rossa internazionale, Michael Annear, ha riferito che l'organizzazione ha già distribuito 5.000 litri d'acqua potabile, pasticche di cloro per la potabilizzazione, kit di sopravvivenza, zanzariere, teli di plastica e coperte. «Abbiamo cercato di raggiungere le zone più isolate», ha spiegato Annear, «ma molte strade sono inaccessibili». Ad ostacolare i soccorsi, secondo fonti della dissidenza, sono anche le restrizioni agli spostamenti imposte dalla giunta militare alle organizzazioni umanitarie.

Corriere.it

mercoledì, aprile 23, 2008

Padre Pio

E il frate santo è già una star di YouTube

In oltre 700mila si sono prenotati per venerare la salma. Il video dell'ultima messa sul web visto da 44mila utenti

Lo statua di Padre Pio a San Giovanni Rotondo (Emblema)
MILANO - A San Giovanni Rotondo è ormai tutto pronto: giovedì sarà esposto il corpo riesumato di Padre Pio da Pietrelcina. Le spoglie del santo sono già state collocate nella cripta del santuario dedicato alla Madonna delle Grazie, dove sono sempre state dal momento della sepoltura, avvenuta 40 anni fa, fino al 2 marzo scorso, giorno della riesumazione. In quasi due mesi il corpo è stato sottoposto a particolari trattamenti che ne consentano l'esposizione. Resta solo da vedere se alla fine il volto di Padre Pio sarà coperto da una maschera di cera giunta nei giorni scorsi dal museo londinese Madame Tussauds. Nel frattempo le persone che si sono prenotate per venerare la salma di Padre Pio sono già 748.000, come riferisce Teleradiopadrepio.

IL SANTO SPOPOLA IN RETE - E mentre nel piccolo paesino del Foggiano si attende con ansia l'esposizione del suo corpo, il santo di Pietrelcina è gia una star del web. Su YouTube, il sito web che consente la condivisione dei video, il filmato che riproduce l'ultima messa celebrata in latino dal frate di Pietrelcina il 22 settembre 1968, riscuote anche un certo successo. Il video ha ottenuto infatti 4 stelle nell'indice di gradimento di YouTube (che ne prevede un massimo di 5) ed è stato già visionato da circa 44mila persone. L'utente che ha inserito il video spiega nello spazio delle informazioni che «Padre Pio rifiutò fino alla morte di celebrare col nuovo rito in volgare. Egli fu un acerrimo oppositore del Concilio Vaticano II e di tutte le riforme protestanti che uscirono da esso». Numerosi poi i commenti, generalmente di ringraziamento per il sostegno e l'aiuto ricevuto dal santo nella difficoltà e nella malattia. Ma un post esorta a «non idolatrare San Pio» perché il «fondamentalismo di idolatria è una cosa negativa dal punto di vista biblico».

Corriere.it



Video dell'ultima messa di Padre Pio.


mercoledì, ottobre 10, 2007

Una nuova rivista On-line "Islamicità"

Voglio segnalarVi questa rivista On-line che incoraggia il dialogo indispensabile fra L'Islam e il Cristianesimo.
Islamicità
“Islamicità” si prefigge come obiettivo lo scambio “tra l’intellettualità islamica e quella di altre religioni, correnti filosofiche, movimenti culturali”.


Vedi anche il Blog di Sandro Magister " Settimo cielo"

martedì, ottobre 09, 2007

Il prefetto dice sì al burqa.

«Per motivi religiosi, si può indossare. Basta sottoporsi all'identificazione».

Il caso Treviso divide il governo. La legge del 1975 e la circolare del 2004: il caos delle norme

Se la decisione del prefetto di Treviso, Vittorio Capocelli, di legittimare il burqa dovesse accreditarsi come riferimento giuridico e amministrativo a livello nazionale, prossimamente le donne islamiche completamente velate potrebbero frequentare le scuole, essere assunte nei luoghi di lavoro e circolare liberamente ovunque in Italia.

Si tratta di un'ipotesi tutt'altro che remota, visto che ha subito incassato l'approvazione del ministro per la Famiglia, Rosy Bindi. Il caso è stato sollevato dal Corriere del Veneto il 6 ottobre con un articolo di Federica Baretti dal titolo «Il prefetto sfida lo sceriffo: sì al burqa». Dove lo «sceriffo» è il prosindaco leghista Giancarlo Gentilini, l'antesignano della «tolleranza zero» nei confronti dei clandestini e dei delinquenti. E da un secondo articolo del 7 ottobre di Gianni Favero che sintetizza il pensiero della Bindi: «Il burqa? Va tollerato. Il vero rischio è Gentilini».

Cominciamo dai fatti. È di tre anni fa l'ordine di Gentilini alla polizia municipale di arrestare le donne con il burqa ai sensi dell'articolo 5 della legge 152 del 1975 che vieta di fare uso in luogo pubblico, salvo giustificato motivo, di caschi o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. Con il suo tono notoriamente colorito Gentilini ha sentenziato: «Il burqa? Una mascherata permessa a Carnevale, ma che non può essere tollerata tutti i giorni dell'anno». Ebbene, il 5 ottobre scorso, al termine di una riunione con la Consulta per l'immigrazione e l'associazione Migrantes, Capocelli ha emesso la seguente decisione: «Se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all'identificazione e alla rimozione del velo».

Il prefetto fonda probabilmente il suo atteggiamento sulla circolare del Dipartimento della Polizia del dicembre 2004, che legittima il burqa in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» e una «pratica devozionale ». Una posizione che dovrebbe essere formalizzata in un documento da rendere noto nei prossimi mesi. Il giorno successivo il ministro Bindi si schiera dalla parte del prefetto: «Allo stesso modo con il quale vogliamo vedere i crocifissi appesi nelle nostre aule siamo tenuti a essere rispettosi del velo con cui le donne islamiche si coprono il volto. Se viene liberamente portato è un segno della propria civiltà». Da notare che la Bindi difende il velo che copre il volto, non semplicemente i capelli, quindi appunto il burqa.

Diciamo subito che la posizione di Capocelli e della Bindi sul burqa non corrisponde a quella del presidente del Consiglio Prodi e del ministro dell'Interno Amato. «Se vuoi indossare il velo va bene, ma deve essere possibile vederti. Non puoi coprirti il volto», aveva detto Prodi il 17 ottobre 2006. E due giorni dopo Amato aveva bocciato il burqa qualificandolo una «offesa alla dignità della donna». E nuovamente in un'intervista a Federico Geremicca sulla Stampa del 28 settembre scorso Amato ha ribadito: «Siamo d'accordo a vietare qualunque cosa copra interamente il volto, e dunque il burqa, perché offende la dignità delle donne islamiche».
Così come il burqa è stato considerato illegale dal procuratore della Repubblica di Cremona Adriano Padula il 25 settembre 2005, specificando che è «un comportamento vietato dalla legge». Da allora la polizia locale ha l'ordine di fermare, condurre in Questura e denunciare le donne che circolano in luoghi pubblici con il burqa. E il 14 ottobre del 2005 l'allora ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, disse: «Girare per strada indossando il burqa è illegale e la religione islamica è profondamente intollerante perché rivendica il diritto, in nome delle proprie convinzioni religiose, a violare le leggi dello Stato».

Che cosa sta dunque succedendo? Mi sembra evidente che ci sia un profondo contrasto tra la legge 152/75 e la circolare del Dipartimento della Polizia del 2004. E che sarebbe opportuno porre fine a questo conflitto abrogando questa circolare. Così come mi sembra evidente che il prefetto, che è un funzionario amministrativo, abbia travalicato le sue competenze e prerogative invadendo il terreno della magistratura e della politica. E che sarebbe pertanto opportuno che tornasse indietro sui suoi passi.

Ma più in generale s'impone una seria riflessione su che cosa sta succedendo in quest'Italia che dopo essersi innamorata del velo islamico e aver legittimato la presenza delle donne velate in tutti i luoghi pubblici, si sta piegando sempre più ai diktat dei predicatori della sharia, la legge islamica, permettendo che seppur clandestinamente stiano proliferando le scuole coraniche all'ombra di moschee dove si predica l'odio, che negli ospedali pubblici le pazienti islamiche possano essere assistite solo da donne medico e che possano disporre di piscine e spiagge separate perché le loro nudità non vengano viste dai maschi, che le ragazze crescano discriminate e talvolta segregate nelle proprie case-carceri affinché non vengano «contaminate» dalla società occidentale «perversa». Ci rendiamo conto che il vero velo, questo sì integrale, è quello che ci sta obnubilando la mente e portandoci diritti verso il suicidio della nostra civiltà?

Magdi Allam da Il Corriere

venerdì, ottobre 05, 2007

Ecco a voi lo sviluppo INSOSTENIBILE!!

Quattro dati (rilevati dalla studiosa Elizabeth C. Economy) e una brevissima riflessione sulla politica ambientale cinese.
Consumo di carbone nel 2006: 2,4 miliardi di tonnellate, più di Stati Uniti e Giappone messi assieme.
Consumo di carbone nel 2000: 1 miliardo di tonnellate. La Cina aveva programmato di raddoppiare nel 2020. La boa é stata raggiunta con 14 anni di anticipo. Segno che qualcosa è sfuggito al controllo.
Numero di città con problemi di rifornimento idrico: 660.
Numero di città con gravi o gravissimi problemi di rifornimento idrico: 110.
Aggiungiamo che nel 2007 la Cina é diventato il Paese al mondo che emette nell'atmosfera più gas derivati dal carbonio. E che - senza rallentamenti della marcia - nel 2025 il "contributo" cinese sarà pari a quello di tutti i membri dell'Ocse.
Questi numeri non sono un peso solo per la Cina. Lo sono per il pianeta intero. Ecco perchè é giusto osservare con attenzione ciò che Pechino decide in materia ambientale.
Non vi é dubbio che la sensibilità del governo sia cresciuta. Non passa giorno senza che non vi sia la promessa di un investimento importante per frenare il degrado. Ma é sufficiente?
Una seria politica dell'ambiente ha bisogno di tre condizioni per essere efficace:
1) una informazione corretta e trasparente, una mappatura sincera del disastro, la rimozione delle censure, la denuncia delle complicità politiche di cui hanno goduto le industrie inquinanti;
2) un sistema nel quale le autorità che hanno o coperto o contribuito al dramma ambientale siano responsabili e ne paghino le conseguenze;
3) un sistema giuridico e legale indipendente in grado di investigare e condannare.
La sensazione è che la Cina su queste tre condizioni sia ancora molto indietro, al punto zero o quasi. Che fatichi o che non voglia rendere più profondo il suo cambiamento. Addirittura che abbia compiuto qualche passo indietro.
Molti dicono: diamo alla Cina il tempo di avviare e completare il percorso. Giusto.
Il guaio è che il cielo, l'acqua, la terra, la natura non aspettano. Il disastro non é lontano. Allora è doveroso insistere. Il modello di sviluppo cinese riguarda la vita, la qualità della vita, di tutto il globo, di tutti noi.
Le riforme economiche senza qualche correttivo politico di sostanza porteranno più ricchezza. Ma a quale costo per la Cina e per noi? Abdicare dalle denunce, garbate ma ferme, è un suicidio.

Dal Corriere.it di Fabio Cavalera

giovedì, ottobre 04, 2007

Un articolo tristemente ironico... viviamo in una società davvero malata!!



SVIZZERA, RESPINTA UNA SIGNORA CHE ASPETTAVA IL SUO TURNO

Troppe bare per le scale, condominio blocca il suicidio assistito





Volete suicidarvi secondo i crismi della legalità, con l’ausilio di personale specializzato?

In Svizzera si può fare, grazie ad associazioni come Dignitas, che aiutano chi ha
deciso di morire a realizzare il proprio desiderio.

Basta avere l’accortezza di scegliere un luogo appartato, dove non ci siano vicini di casa che possano cadere in depressione e sentirsi danneggiati; altrimenti si corre il rischiodi veder interrompere la cerimonia degli addii dall’irruzione della polizia. A Zurigo
morire è un diritto, i volontari che si occupano di suicidio assistito appartengono a organizzazioni umanitarie legalmente riconosciute, però pare che nessun quartiere li voglia ospitare. I suicidi turbano la gente comune,che vuole vivere tranquilla a casa propria, senza essere infastidita dal lugubre andirivieni di cadaveri nell’appartamento accanto. L’associazione Dignitas è stata già costretta a traslocare una prima volta, perché tutto quel traffico di bare disturbava i
residenti. E anche stavolta, nel tranquillo sobborgo di Staefa, i condomini si sono compattamente schierati contro la mesta processione di aspiranti suicidi che bussa alla porta dell’associazione.

Da quando si sono installati nella nuova sede, i membri di Dignitas hanno aiutato già 6 persone a togliersi la vita, ma secondo le stime presentate in tribunale i candidati sarebbero diventati ben 200 in un anno, se il gruppo avesse proseguito la propria attività. La cifra costituirebbe un record statistico se non fosse dovuta in buona parte al cosiddetto “turismo suicida”, quello di chi rifiuta di suicidarsi secondo classici metodi un po’ rozzi, come il gas o i tranquillanti, e preferisce affidarsi agli esperti. In Svizzera, dove peraltro l’eutanasia vera e propria è vietata, il suicidio assistito è legale fin dagli anni 40, e nel tempo il numero di persone che provengono da altri paesi è notevolmente aumentato. La prospettiva di vedere uscire dall’inquietante appartamento circa 4 bare a settimana, considerando le pause delle vacanze, ha atterrito i vicini di casa. “Non siamo contro il suicidio assistito – dice Christiane Keller, una delle abitanti del palazzo – ma tutto questo costituisce per noi un peso enorme, e la salute dei residenti ne ha sofferto”.
Troppo stress: il contatto costante con la morte rovina la vita. E’ cominciata così una lotta a colpi
di carte bollate tra i condomini ribelli e l’associazione per il diritto al suicidio. Qualche
settimana fa Dignitas ha ricevuto un’ingiunzione con cui le si intimava di cessare le attività,
o di chiedere la modifica della destinazione d’uso dell’immobile: se voleva proseguire nelle pratiche eutanasiche doveva ottenere che l’abitazione venisse classificata ufficialmente
come “appartamento per il suicidio assistito”. Quando i vicini hanno constatato che l’organizzazione ignorava il divieto, hanno chiamato le forze dell’ordine, che sono
arrivate, hanno messo i lucchetti all’appartamento e buttato fuori una signora che pazientemente aspettava il suo turno.
Not in my backyard, non a casa mia. In Italia è il criterio che impedisce di costruire un
inceneritore o di tracciare il percorso per l’alta velocità, senza che una comunità montana
insorga, o un’associazione ambientalista protesti. Ma oggi la logica del “fatelo pure, ma
un po’ più in là” si allarga fino a lambire i temi etici. Fate qualunque cosa, purché resti
un affare privato, e non si chieda in nessun modo il coinvolgimento degli altri: ciascuno
nel suo appartamento, murato nelle sue sofferenze solitarie.

Eugenia Roccella da "Il Foglio"

martedì, ottobre 02, 2007

Il Myanmar è il Paese più corrotto del mondo

Governi dittatoriali, guerra, “cattiva” influenza di un Vicino potente ma soprattutto la grande povertà sono le principali cause della corruzione, secondo il rapporto 2007 di Transparency international. Peggiora la situazione in Russia e Asia centrale. Le responsabilità delle multinazionali.



Tokyo (AsiaNews/Agenzie) – Aumenta la corruzione nei Paesi più poveri, spesso fomentata “da ditte multinazionali di Paesi ricchi” per trarre vantaggi illeciti. E’ quanto emerge dal Rapporto 2007 di Transparency International (Ti), che vede il Myanmar al primo posto come Paese più corrotto, insieme alla Somalia. “Queste ditte – prosegue il rapporto – considerano la corruzione una legittima strategia aziendale” per operare nei mercati esteri e ottenere vantaggi di ogni tipo.

Sotto accusa anche “le istituzioni finanziarie internazionali, che permettono a funzionari corrotti di far sparire e riciclare i fondi”, prosegue il rapporto citando gli esempi di Filippine e Nigeria, dove i funzionari lucrano milioni di dollari. Anche una situazione di guerra favorisce l’espandersi del fenomeno, come in Iraq e Afghanistan che figurano al 3° e 7° posto, come pure un governo dittatoriale come il Myanmar.

“Un sistema giudiziario indipendente e professionale – dice ancora il rapporto – è decisivo per eliminare l’impunità e rinforzare un’applicazione imparziale della legge”, mentre è “improbabile” alcun miglioramento se non è possibile colpire i funzionari corrotti e privarli dei guadagni illeciti.

Il 40% dei 180 Stati considerati sono classificati come “molto corrotti” e si tratta dei Paesi più poveri del mondo. Tra essi Uzbekistan (5°), Laos (10°), Turkmenistan, Cambogia e Bangladesh (14° ex aequo), Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Azerbaigian (insieme al 20° posto), ma anche la Russia (35° posto, insieme all’Indonesia).

Negli Stati ex sovietici dell’Asia centrale la situazione è molto peggiorata rispetto al 2006. Miklos Marschall, direttore per Europa ed Asia centrale di Ti, ritiene dipenda dalla “crescente influenza della Russia”, che peraltro ha un indice di corruzione poco minore di questi Stati. “La comunità finanziaria internazionale ritiene che in Russia il settore pubblico sia abbastanza corrotto – prosegue – e, ciò che è più allarmante, la situazione va peggiorando”.

Buone notizie per Singapore (177°), Hong Kong (167°) e Giappone (162°, meglio degli Stati Uniti al 160° posto), mentre la corruzione rimane “diffusa” in India e Cina (insieme alla posizione n.101).

Huguette Labelle, presidente di Ti, commenta che la corruzione “assorbe immense risorse che dovrebbero essere destinate a sanità, istruzione e infrastrutture”. “Ma i Paesi poveri non possono da soli sostenere l’impegno di una riforma” per eliminare connivenze e nepotismo: sono invece i “donatori internazionali” e i Paesi ricchi che debbono favorire questo cambiamento e vigilare che la loro attività non favorisca la corruzione.

lunedì, ottobre 01, 2007

Conosciamo Than Shwe capo della giunta militare in Birmania

Un dittatore tra superstizione e ferocia
Il generale ha mostrato spietatezza nell'eliminare gli avversari e tende ad apparire il meno possibile in pubblico


Un bizzarro miscuglio di Pol Pot e Augusto Pinochet. Questo è per tanti osservatori internazionali il generale Than Shwe, 74 anni, capo della giunta militare golpista che opprime Myanmar, l’ex Birmania. L’aspetto del capo del Consiglio statale per la pace e lo sviluppo (SPDC), questa la stridente denominazione con cui si definisce la giunta golpista, ricorda quella del dittatore cileno, con la sua divisa appesantita da medaglie. La poca propensione ad apparire, invece, ricorda quella del capo dei Khmer Rossi. A tutti e due l’accomuna la spietatezza nell’eliminare gli avversari e nell’opprimere il proprio stesso popolo. Reporters sans Frontieres, l’organizzazione non governativa che si batte per la libertà di stampa, lo annovera tra i "Predatori" del diritto d’informazione e lo descrive come un uomo spesso affetto da "crisi di paranoia", la cui voce non è conosciuta dal suo popolo.
LA NUOVA CAPITALE - Ancor meno oggi, dopo che dal 2005 ha letteralmente deportato l’intera amministrazione dalla capitale storica a Pyinmanaw, la nuova "capitale": un villaggio malsano nel centro del paese. Il passo, da un lato, è servito a piegare la volontà di tanti esponenti dell’amministrazione civile, in cui serpeggia l’insoddisfazione e, quindi, i germi d’una possibile rivolta. D’altro canto, secondo diversi osservatori, sarebbe una specie di preludio d’una restaurazione monarchica, in cui Than Shwe diventerebbe re.
SUPERSTIZIONE E FEROCIA - Superstizioso in maniera ossessiva, il



generale nato nella zona di Mandalay ha iniziato la sua ascesa nell’esercito, facendo parte tra il 1953 e il 1960 del Dipartimento per le operazioni psicologiche e la propaganda. Poi partecipa alla repressione della guerriglia dell’etnia Karen, segnalandosi per una particolare ferocia. E’ nel 1962 che sale sul carro giusto, unendosi al colpo di stato capeggiato dal generale Ne Win. Diviene, cioè, uno dei protagonisti degli eventi che pongono fine al sogno democratico della Birmania post-indipendenza, iniziato col padre della patria Aung San, assassinato nel 1947 (Aung San è il padre del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, che Than costringe agli arresti domiciliari).
Entrato così nel partito unico al potere, Than Shwe è poi emerso come uno dei nuovi potenti dopo l’insurrezione repressa del 1988. Con il secondo colpo di Stato del ’90 ha ulteriormente allargato il suo potere, allontanando a uno a uno i possibili avversari. Nel ’92 è diventato il numero uno della giunta, imponendo al predecessore Saw Maung le dimissioni «per motivi di salute». Negli anni successivi ha consolidato il suo dominio al punto da abolire, nel 2003, la norma che imponeva il pensionamento dalle cariche politiche al compimento dei 70 anni: e Than Shwe ovviamente è del ’33.

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